Dopo che Beatrice, colei che innalza la mia anima alle gioie del paradiso, parlando contro la presente

corruzione degli uomini mi ebbe rivelato la verità,
come colui che scorge riflessa in uno specchio (che ha davanti), la

fiamma di una torcia che lo illumina alle spalle, prima di averla vista (direttamente) o di avere pensato (che fosse lì),
e

si volge a guardare per vedere se lo specchio riflette un oggetto reale, e costata che l’immagine riflessa riproduce

perfettamente quella vera allo stesso modo in cui il canto si accorda con la musica che l’accompagna,
così mi ricordo di

aver fatto io guardando nei begli occhi (di Beatrice) dei quali Amore si servì per legarmi a lei.
E quando mi volsi a

guardare e i miei occhi furono colpiti da ciò che appare in quel cielo (volume; cfr. canto XXIII, verso 112), ogni qualvolta si

fissi bene lo sguardo nel suo giro,
vidi un punto che irradiava una luce così potente, che l’occhio, che esso abbaglia deve

chiudersi a causa della forte intensità di tale luce;
e anche la stella che dalla terra appare più piccola, sembrerebbe

grande come la luna, se fosse posta accanto ad esso come (nel cielo) una stella è collocata accanto all’altra.
Forse non più

distante di quanto si vede l’alone circondare l’astro (luce: il sole o la luna) che lo produce o lo illumina, quando il vapore

che forma tale alone è più denso,
così un cerchio di fuoco girava intorno al punto luminoso tanto velocemente, che avrebbe

superato anche il moto del cielo che più rapido si volge intorno alla terra.
E questo (cerchio) era circondato da un

secondo, e questo da un terzo, e poi il terzo dal quarto, il quarto dal quinto, e poi il quinto dal sesto.
Al di fuori del

sesto seguiva il settimo così esteso ormai in larghezza, che l’arcobaleno sarebbe troppo stretto per poterlo contenere anche se

costituisse (invece di un arco) un circolo intero.
Concentrici come i precedenti e sempre più larghi seguivano l’ottavo e il

nono; e ciascuno si muoveva con velocità decrescente , a seconda che il suo numero d’ordine fosse più o meno distante dall’

unìtà (cioè dal primo cerchio);
ed aveva una fiamma più limpida il cerchio che era meno lontano dal punto luminoso, perché,

credo, (essendo più vicino a Dio) tanto più riceve la sua verità.
La mia donna, che mi vedeva assorto in un grave dubbio,

disse: «Da quel punto dipendono il cielo e tutta la natura.
Osserva quel cerchio che gli è più vicino; e sappi che il suo

moto è così veloce per l’amore ardentissimo da cui è stimolato ».
Ed io: «Se le sfere della terra e dei cieli fossero

disposte nell’ordine che io vedo in questi cerchi angelici, la spiegazione data mi avrebbe soddisfatto;
ma nel mondo

sensibile si possono vedere i cieli tanto più veloci e infiammati di amore divino, quanto più sono lontani dal loro centro (la

terra).
Perciò, se il mio desiderio deve essere appagato in questo mirabile e angelico cielo che ha per confine solo l’

Empireo, cielo fatto di amore e di luce,
Al di sopra del Primo Mobile non c’è più alcuna sfera materiale, ma solo

l’Empireo, il cielo fatto di amore e di luce perché sede di Dio.
è necessario che io sappia anche come mai il modello non

corrisponda alla sua copia, perché inutilmente cerco di capirlo con le mie sole forze ».
« Se le tue dita non sono capaci di

sciogliere un tale nodo, non c’è da meravigharsi; tanto esso è diventato rigido e resistente, poiché nessuno ha mai tentato di

scioglierlo! »
Così parlò la mia donna; poi disse: «Ascolta attentamente quello che ti dirò, se vuoi saziarti; ed esercita

acutamente il tuo ingegno intorno alle mie parole.
I cerchi materiali (i cieli) sono più o meno ampi o stretti in

proporzione della maggiore o minore virtù che si diffonde in tutte le loro parti.
Quanto più grande è la virtù, tanto più

grande è il benefico influsso che essa vuole esercitare; quanto più grande è un corpo materiale, tanto più grande è il benefico

influsso che può ricevere, purché sia perfetto in tutte le sue parti.
Dunque questo cielo (il Primo Mobile) che trascina con

il suo movimento tutto quanto il resto dell’universo, corrisponde al coro angelico (quello dei Serafini) che è più infiammato

d’amore e illuminato di sapienza.
Per tale motivo, se tu misuri la virtù, non l’apparente dimensione dei cori

angelici,
vedrai la mirabile corrispondenza di ciascun cielo a ciascuna intelligenza angelica, corrispondendo i cieli

maggiori alle maggiori virtù angeliche e i cieli minori alle minori virtù ».
Come l’aria rimane luminosa e limpida, quando

Borea (il vento di tramontana) soffia da quella parte da cui spira più temperato,
per cui viene spazzata e dissolta la

nebbia che prima offuscava il cielo, in modo che esso risplende con le sue bellezze in ogni parte (paroffia: letteralmente

significa ” parrocchia “),
così avvenne in me, dopo che la mia donna mi ebbe offerto la sua chiara risposta, ed io vidi (si

vide: fu vista; sottinteso: da me) la verità con la stessa chiarezza con cui si vede una stella brillare nel cielo.
E dopo

che il suo discorso fu concluso, i cerchi angelici sprigionarono faville come fa il ferro incandescente.
Ogni scintilla

(cioè: ogni angelo) continuava a girare con il suo cerchio infuocato; e il loro numero era così alto da inoltrarsi nelle

migliaia più che la progressiva duplicazione degli scacchi.
Udivo (gli angeli ) cantare osanna rispondendosi da cerchio a

cerchio, al punto fisso (Dio) che (appagando ogni loro desiderio) li mantiene, e li manterrà sempre, nelle sedi nelle quali

sono sempre stati.
E Beatrice, che vedeva i dubbi che si agitavano nella mia mente (a proposito della disposizione delle

gerarchie angeliche), disse: «I primi due cerchi sono quelli dei Serafini e dei Cherubini.
Essi (girando) così veloci

seguono il vincolo d’amore che li lega a Dio (i suoi vimi: questo termine deriva dal latino vímen, ” legame “), per essere

simili a Dio quanto più possono; e tanto più possono (assomigliarGli) quanto più si elevano nella contemplazione (rispetto a

tutte le altre creature),
Le altre sostanze angeliche che girano intorno alle prime due, sono chiamate Troni di Dio, per la

qual cosa furono destinati a chiudere la prima terna.
E devi sapere che questi tre ordini godono di una beatitudine

proporzionata alla profondità della loro visione di Dio, visione nella quale ogni intelletto trova pace.
Da quanto ho detto

si può capire come la beatitudine si fonda sulla vista (di Dio), non sull’amore, che è una conseguenza (di tale visione);
e

la visione è in proporzione del merito, il quale nasce dalla grazia divina e dalla buona volontà (con cui essa è accolta): così

si procede di gradino in gradino (dalla grazia alla volontà, dalla volontà al merito, dal merito alla visione, dalla visione

all’amore).
La seconda terna (o gerarchia), che così fiorisce in questa eterna primavera celeste che l’autunno non priva di

foglie,
canta (sberna: era il verbo usato per indicare il canto degli uccelli alla fine dell’inverno) il suo eterno ” Osanna

” con tre melodie che risuonano nei tre ordini angelici da cui (questa terna) è formata.
In questa gerarchia si trovano le

altre intelligenze angeliche: prima le Dominazioni, e poi le Virtù; il terzo ordine è quello delle Potestà.
Poi nei due

penultimi cori tripudianti si volgono i Principati e gli Arcangeli; l’ultimo è tutto costituito dagli Angeli

festanti.
Questi ordini in alto contemplano tutti Dio, e in basso esercitano il loro influsso (sui cieli sottostanti), in

modo che ciascun coro è attratto verso Dio, e attrae a sé (le cose sottostanti).
Dionigi l’Areopagita si dedicò alla

contemplazione di questi ordini con tanto desiderio (di pervenire alla verità), che li chiamò e li distinse come ho fatto io

ora (che ne ho conoscenza diretta).
Ma San Gregorio Magno espresse poi una diversa opinione; per la qual cosa sorrise di se

stesso non appena conobbe la verità arrivando in questo cielo.
E non voglio che tu ti stupisca se un mortale ha potuto

rivelare in terra una verità così misteriosa, perché gli fu rivelata da colui (San Paolo) che la poté contemplare

quassù
insieme con molte altre verità riguardanti questi cieli ».