PASCOLI E D’ANNUNZIO

Può sembrare una strana frase, considerando i due autori a cui si riferisce: Pascoli e D’Annunzio, con la loro autentica concezione dell’uomo, della vita, e di pensiero. Uno cerca di affrontare quello che gli accade intorno chiudendosi nel suo bozzolo, negandosi una vita e continuando a vivere nel suo piccolo mondo; l’altro reagisce in modo diametralmente opposto, conducendo una vita dissoluta, correndo incontro a quello che viene da Pascoli considerato il nemico, il male: la modernità. Ma questo non è che il risultato delle reazioni a quello che sta avvenendo intorno a loro. Figli del Decadentismo, raccolgono nelle loro opere spunti di vita vissuta, passioni e patimenti dettati dalle loro vicende personali. E se Pascoli, nel suo pensiero conservatore è ancora lontano dai modi e comportamenti decadenti, non lo è invece D’Annunzio, che, con il suo stile di vita dissoluto, può essere considerato quasi un decadente. Ma la verità è che, anche se caratterialmente e stilisticamente diversi, i due autori risultano invece molto simili.

Costretti ad affrontare (essendo contemporanei) gli stessi traumi della società moderna, in continuo cambiamento e per certi versi incomprensibile ed avversa, cercando entrambi di uscirne, di trovare un  loro posto all’interno della nuova società. E se D’Annunzio, più liberale ed estroverso, lo trova nei nuovi valori che la società impone, quali l’espansione sociale (elementi di contrapposizione ai decadenti), la macchina, la guerra, e la sopraffazione dei più deboli da parte dei più forti (punto cardine del futurismo), Pascoli si rifiuta di occuparsi questi valori. Il suo è un mondo fittizio, ideale, basato su principi assoluti di fraternità, amore, in cui tutti guardano il mondo in modo incantato ed ingenuo. Ed a questa concezione si unisce strettamente quella del nido, il posto sicuro, che impedisce all’uomo di entrare in contatto traumatico con il mondo esterno. Lo svilupparsi di tali concezioni porta entrambi ad impersonare due figure chiave della loro opera: il fanciullino per Pascoli ed il superuomo per D’Annunzio. Due figure assolutamente opposte, simbolo di insicurezza e impotenza il primo e di forza, virilità ed onnipotenza per il secondo. Ma guardando attentamente a queste due figure, ci accorgeremo che sono fin troppo estremi si rassomigliano, allora sarà anche vero che gli estremi derivano tutti da un unico centro comune. Centro che, in questo caso, è costituito dall’appartenenza di entrambi ad un periodo storico quale quello fine ‘800 inizio ‘900, costellato da grandiosi processi di trasformazione, quali la nascita di una società di massa ed il conseguente annullamento di tutte le precedenti concezioni dell’uomo, visto ora come parte dell’insieme della società e non più come singolo, e quindi anche della concezione dell’intellettuale. Costretto a svendere la sua arte pur di uniformarla al nuovo gusto del lettore. Entrambi gli autori, rivolgono le loro opere a questa società confusa, senza più valori, che cerca nel superuomo (e  nello stesso D’Annunzio) un modello da seguire ed interpretare, sicuro di sè e delle sue idee, e che vede nel fanciullino quel sogno irrealizzabile ma paradisiaco di pace e fratellanza a cui da sempre l’uomo aspira.

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