Riassunto

Nel secondo girone, dove sono punite le anime degli invidiosi, i due pellegrini odono gridare, da voci

misteriose che attraversano l’aria, tre esempi di carità: il miracolo di Cristo alle nozze di Cana, l’amicizia profonda che

legava due famosi eroi greci. Oreste e Pilade, il comando evangelico all’amore fraterno. I penitenti, addossati a una nuda

parete e coperti da ruvidi manti, si sorreggono gli uni alle spalle degli altri: i loro occhi appaiono chiusi, cuciti da un

filo di ferro che impedisce loro di scorgere la luce del ciel. Dante, che teme di mostrarsi scortese passando dinanzi alle

anime senza rivelare la sua presenza, chiede se in mezzo a loro c’è qualche italiano: ma, risponde una voce, ogni uomo ha una

sola patria, che è quella celeste. Dante avanza verso l’ombra che ha parlato per conoscerne il nome o il luogo di nascita;

appare così la figura della nobildonna senese Sapia, la quale confessa il suo peccato di invidia, che la portò a gioire più del

male altrui che del proprio bene personale, spingendola a chiedere a Dio anche la rovina della sua patria. Alla fine della vita

si convertì, ma solo le preghiere di un umile venditore di pettini della sua città le evitarono una lunga sosta

nell’antipurgatorio. Durante il colloquio con Sapia, che non rinuncia a colpire, anche nell’al di là, con dura ironia i suoi

concittadini, il Poeta riconosce che il suo animo è occupato non tanto dal peccato di invidia, quanto da quello della superbia,

che egli sconterà sotto il peso dei macigni del primo girone.

Introduzione critica

I due canti dedicati

agli invidiosi si configurano in strutture esteriormente differenti – presentandosi il XIII diviso nella parte dedicata alla

descrizione della pena e in quella dominata dalla singolare figura di Sapia e il XIV accentrato intorno al personaggio di Guido

del Duca, impegnato nella dura requisitoria contro la degenerazione morale del tempo – ma sostanzialmente dipendenti:

nell’ambientazione esteriore, dove la natura povera ed opaca sembra vivificata dal misterioso trasvolare delle voci e la

smarrita desolazione che percorre il gruppo dei penitenti ciechi crea, tranne che nell’episodio di Sapia, un penoso

disorientamento nell’animo di Dante, e nella forte motivazione politíco-morale, che colpisce nel peccato dell’invidia una

delle cause fondamentali della corruzione civile. Tuttavia il XIII non è costruito con lo stretto nesso logico e l’intensa

concatenazione degli stati spirituali che caratterizzeranno il canto seguente, essendo avvertibile, nonostante il parere

contrario del Momigliano, una certa frattura fra il tono tenue e malinconico dei versi 1 – 93, che nulla perde del suo pacato

distendersi per l’intervento di forti punte realistiche (versi 37-39 e 70-72), e quello sbalzato con linee decise e rilevanti

per dare volto al personaggio di Sapia, come se la moltitudine delle anime espianti le facesse da bassorilievo. Si opera un

brusco stacco, senza che il lettore sia preparato, fra il pietoso protendersi di Dante verso le anime così duramente punite e

il linguaggio aspro e tagliente che apre e chiude il discorso di Sapia, cosicché di fronte all’evidenza di questa figura di

donna non ancora domata nel suo peccato di invidia e nel suo carattere bilioso, non solo passa in secondo piano il gruppo di

coloro ai quali un fil di ferro i cigli fora e cuce, ma si spegne anche quel sentimento di pietà al quale il Poeta aveva fatto

appello (versi 52-54). “Se ci ricordiamo di un altro canto, il V del Purgatorio, non possiamo non rilevare che colà la pietà

che comincia a sentirsi per quelle anime di uccisi – Jacopo del Cassero, Bonconte da Montefeltro continua a sentirsi, e più

profonda, per Pia dei Tolomei, così triste e rassegnata, così soave e riserbata : anch’essa senese, ma quanto diversa da

Sapia! Mentre di quella, alla fine del canto, ci resta ancora l’eco di quella voce soave e dolente, in cui sembra esalare la

pietà di tutto quel canto ch’è la dolorosa rassegna di tante vite miseramente uccise, di quest’altra senese, Sapìa, ci resta

invece l’eco stridula di un carattere riottoso e invidioso, che non ci tien desto quel senso di pietà che avevamo provato per

quella folla di ciechi prima descritta: anzi lo distrugge e lo cancella. ” (Biondolillo) La critica ha accentuato questa

mancanza di unità rigorosa, preferendo prendere in esame, del canto XIII, la figura di Sapia, in omaggio al criterio esegetico

che accentra l’interesse sul personaggio protagonista del canto, scarsamente lumeggiando quello che, ad una prima lettura,

potrebbe apparire come elemento di sfondo, o, tutt’al più, come valido accompagnamento della vicenda principale. Invece, in

questo caso, è interessante sottolineare il meditato procedimento narrativo, attraverso il quale è più facilmente percepibile

la compiuta capacità di delineare la complessa psicologia di Sapia, la quale con l’impeto ed il rilievo crescenti delle sue

parole rompe l’uniformità spirituale dei suoi compagni di pena, vela per un istante il livido grigiore del secondo girone per

riportarci all’animata vita senese del tempo, dimentica l’orrore della pena per riprendere il peccaminoso atteggiamento di un

passato non ancora lontano, scuote da sé le lagrime che per l’orribile costura premevan sì, che bagnavan le gote, ritornando

all’antico carattere, scontroso, invidioso, sarcastico, combattivo, in quel voluto gioco – sul quale poggia la varietà poetica

e strutturale di tanta parte del Purgatorio – che accosta stati d’animo diversi, gli uni ancora legati all’esperienza umana

del penitente, gli altri solo ora suggeriti dal vitale accostamento alle realtà sovrannaturali. Mai una vita è stata così

nettamente delineata e lucidamente rivissuta, quasi la cecità alla quale Sapia è costretta avesse concentrato ogni sua forza

spirituale in una tensione interiore che le permetta di ripercorrere l’arco dei suoi anni con la stessa precisione assoluta

con la quale lo sguardo del Poeta si è prima disteso sulla lunga fila delle ombre con manti al color della pietra non

diversi… di vil cìliccio… coperti, dove l’un sofferìa l’altro con la spalla, con la stessa tragica lentezza con la quale

egli ha osservato il fil di ferro che i cigli fora e cuce e l’orribile costura. La veemenza del carattere di Sapia è

poeticamente realizzata e rilevata dall’opposizione con l’anonima schiera compenetrata alla roccia, dove ogni persona fisica

appare annullata. La voce di Sapia, la prima e la più pronta a rispondere alla richiesta di Dante, rivela, pur nel rifiuto di

applicare al mondo della penitenza le categorie puramente umane, una forza repressa che aspetta solo un’occasione propizia per

manifestarsi, per riprendere, con una mordacità dettata non solo dal suo temperamento, ma anche da una superiore visione degli

uomini, da una coscienza più elevata, acquistata dopo la salvezza, un’analisi che dentro di sé non ha mai interrotta, perché –

ed è uno dei motivi che rendono singolarmente indimenticabile quell’ombra che lo mento a guisa d’orbo in su levava – lo

spirito di Sapia si mostra curioso indagatore di ogni moto della sua anima, attento giudice di ogni suo atteggiamento, capace

di un’autocondanna che rischia di annullare la sua personalità nel satirico accostamento alla figura del merlo.