Mentre procedevamo con cautela (cfr. canto XXV, versi 115-117) lungo il

margine esterno della cornice, uno davanti all’altro, e spesso il valente maestro mi diceva: « Fa’ attenzione: ti sia utile

il fatto che ti rendo accorto del pericolo »,
il sole che, diffondendo i suoi raggi, già cambiava in bianco l’aspetto

azzurrino della zona occidentale del cielo (avviandosi ormai al tramonto), mi colpiva la parte destra del corpo;
ed io con

l’ombra (proiettata dal mio corpo) facevo apparire la fiamma più rosseggiante; e vidi che molte ombre, pur continuando a

camminare, prestavano attenzione anche solo a un così piccolo indizio.
Questo fu il motivo che offri loro l’occasione di

rivolgermi la parola; e cominciarono tra loro a dire: « Questo non sembra un corpo apparente (fittizio: come quello dei

penitenti)».
Poi alcuni si spostarono verso di me, quanto fu loro possibile, sempre facendo attenzione a non uscire dalla

fiamma.
« O tu che cammini dietro agli altri, non per il fatto di essere più pigro, ma forse per manifestare rispetto,

rispondi a me che ardo nella sete (di sapere) e nel fuoco (purificatore).
Né la tua risposta è necessaria solo a me; perché

tutte queste anime ne hanno maggior sete che non gli Indi o gli Etiopi (i popoli delle due regioni considerate le più calde

della terra) di acqua fresca.
Spiegaci per quale ragione con la tua persona fai ostacolo ai raggi del sole, proprio come se

tu non fossi ancora morto. »
Così mi parlava uno di loro: ed io mi sarei già manifestato, se la mia attenzione non si fosse

volta ad uno spettacolo nuovo che apparve in quel momento,
poiché attraverso lo spazio occupato dalle fiamme (per lo mezzo

del cammino acceso) avanzava una schiera in direzione opposta a quella della prima (alla quale appartiene l’anima che ha ora

parlato), la quale concentrò la mia attenzione nell’osservare.
Li vedo (veggio) da ognuna delle due schiere farsi avanti

sollecita ciascuna ombra e baciarsi una con l’altra senza fermarsi, contente di questa breve gioia
allo stesso modo dentro

la loro fila scura le formiche si toccano l’un l’altra con il muso, forse per cercare di sapere la via da percorrere e il

cibo che potranno trovare.
Non appena le due schiere interrompono l’abbraccio, prima di aver compiuto il primo passo per

procedere oltre quel punto, ciascuna si sforza di gridare con voce che superi (quella dell’altro gruppo):
la seconda

schiera: « Sodoma e Gomorra »; e la prima: « Pasifae si nasconde nella vacca, affinché il toro possa soddisfare il suo istinto

».
Poi simili a gru che (disponendosi in due gruppi) volino in parte verso le montagne del settentrione e in parte verso i

deserti africani, queste desiderose di fuggire il freddo, quelle il caldo.
Un gruppo si allontana (verso sinistra), l’altro

procede (verso destra, nella stessa direzione dei poeti); e ricominciano, piangendo, l’inno «Summae Deus clementiae» (primi

canti: cfr. canto XXV, 121) e gli esempi più adatti al loro tipo di lussuria;
e quegli stessi che mi avevano pregato (di

parlare) si riaccostano a me, come prima (cfr. versi 13-15). mostrandosi nell’aspetto attenti ad ascoltare.
Io, che per due

volte (ora e prima dell’arrivo dei sodomiti) avevo visto ciò che essi desideravano conoscere, incominciai: « O anime sicure di

conseguire, presto o tardi, una condizione di felicità,
le mie membra non sono rimaste in terra né giovani (acerbe: per

morte precoce) né vecchie (mature: per morte naturale nella vecchiaia), ma esse sono qui con questo corpo che vedete con il

loro sangue e con i loro nervi.
Da questo monte salgo verso il cielo per non essere più ottenebrato (dal peccato e

dall’errore): c’è una donna (Beatrice per molti, la Vergine per alcuni) nel paradiso che mi ha impetrato grazia da Dio, per

la quale grazia io porto il mio corpo (‘l mortal) nel mondo del purgatorio (per vostro mondo).
Ma possa essere presto

appagato il vostro maggior desiderio, cosicché vi accolga l’Empireo, il cielo che è pieno di amore e che racchiude tutti gli

altri cieli,
ditemi (in nome di questo augurio), affinché anche di questo io possa scrivere, chi siete voi, e chi è quella

schiera che procede in direzione opposta alle vostre spalle ».
Come (non altrimenti) si confonde stupefatto il montanaro, e

meravigliandosi ammutolisce, quando rozzo e selvatico entra in città,
allo stesso modo fece ciascuna anima nel suo aspetto;

ma dopo che si furono liberate dallo stupore, il quale negli animi elevati presto si attutisce (s’attuta: perché subentra la

riflessione),
« Beato te » ricominciò l’anima che prima mi aveva interrogato, « che per morire in grazia di Dio (per morir

meglio), fai esperienza del nostro mondo!
Le anime che camminano in direzione opposta alla nostra, hanno offeso (Dio) con il

peccato per il quale Cesare una volta, mentre celebrava il trionfo, si sentì ironicamente chiamare regina:
per tale peccato

si allontanano da noi gridando “Sodoma”, rimproverando se stessi, come hai udito, e con la vergogna completano l’opera

purificatrice della fiamma.
Il nostro peccato invece avvenne tra persone di sesso diverso; ma poiché (pur non peccando

contro natura) non osservammo la legge della ragione (umana legge: la norma alla quale deve attenersi l’uomo in quanto essere

razionale e perciò obbligato a frenare gli istinti), abbandonandoci all’istinto come le bestie,
a nostro obbrobrio,

gridiamo, quando ci allontaniamo dall’altra schiera, il nome di Pasifae, colei che si fece bestia nel legno fatto in forma di

bestia.
Ora puoi capire il nostro comportamento qui e il peccato di cui ci macchiammo: se vuoi forse sapere chi siamo con

l’indicazione del nostro nome, non è il momento opportuno per farlo, né saprei indicarti i miei compagni.
Placherò ben

volentieri il tuo desiderio (farotti ben… volere scemo) riguardo a me: sono Guido Guinizelli; e (benché sia morto non molti

anni fa) mi trovo già a purificarmi nel purgatorio vero e proprio, per essermi pentito prima di giungere al momento estremo

della vita.
Nello stesso stato d’animo in cui si trovarono nell’episodio di dolore e di ira di Licurgo i due figli quando

videro la madre, mi trovai io, ma non osai buttarmi tra le fiamme,
allorché udii pronunciare il suo nome da Guido, padre

(nel campo poetico) mio e degli altri rimatori migliori di me che scrissero versi d’amore dolci ed eleganti;
e senza udire

e parlare procedetti pensoso osservando a lungo Guido, e, a causa del fuoco, non mi avvicinai di più a lui.
Quando fui pago

di guardarlo, mi dichiarai tutto pronto a soddisfare le sue richieste con l’affermazione alla quale tutti credono (cioè

mediante il giuramento) .
Ed egli a me: « Tu lasci dentro di me, per quello che ho udito (cfr. versi 55-60), una impronta

così profonda e così luminosa, che il Letè (il fiume dell’oblio: cfr. canto XXVIII, 127-128) non la potrà cancellare né

oscurare,
Ma se le tue parole poco fa mi hanno giurato il vero, dimmi quale è il motivo per il quale tu dimostri nelle

parole e nello sguardo di avermi caro ».
Ed io a lui: « Le vostre dolci rime, che, finché durerà l’uso di poetare in

volgare (quanto durerà l’uso moderno), renderanno preziosi anche i loro inchiostri ».
« O fratello », disse, « questo che

ti indico con il dito », e additò uno spirito davanti, « fu migliore artefice nell’uso della sua lingua materna.
Fu

superiore a tutti coloro che scrissero poesie, prose in volgare non badare agli sciocchi i quali affermano che è superiore il

poeta del Limosino.
(Questi stolti) prestano attenzione a quello che si sente dire più che a quello che è realmente, e così

formano la loro opinione prima di ascoltare gli argomenti dell’arte o della ragione.
Così fecero molti della passata

generazione letteraria a proposito di Guittone, dando onore soltanto a lui col ripetere di bocca in bocca lo stesso giudizio,

finché ha annullato il suo nome il retto giudizio di molti letterati (con più persone che hanno ascoltato la voce dell’arte o

della ragion).
Ora se tu godi di un così ampio privilegio, che ti è permesso entrare nel paradiso (chiostro che racchiude i

beati, come in terra il chiostro racchiude coloro che si dedicano alla vita religiosa) nel quale Cristo è il capo della

comunità (abate del collegio),
recita davanti a Lui per me un Pater noster, quel tanto che occorre a noi anime del

purgatorio, dove non siamo più soggette alla possibilità di peccare (e perciò bisogna sopprimere l’espressione finale “e non

ci indutre in tentazione”). »
Poi, forse per dare luogo a un altro dopo di lui che gli stava vicino, scomparve nel fuoco,

come scompare nell’acqua il pesce che si dirige verso il fondo.
Io mi avanzai un poco verso lo spirito che mi era stato

indicato (al mostrato: cfr. versi 115-116) , e dissi che il desiderio di conoscerlo preparava (nella mia anima) una grata

accoglienza al suo nome.
Egli cominciò a dire senza farsi pregare (liberamente): «Tanto mi è cara la vostra cortese domanda,

che io non mi posso né voglio nascondermi a voi.
lo sono Arnaldo, che piango e vado cantando; pensoso contemplo la passata

follia e vedo gioendo, davanti a me, il giorno che spero.
Ora vi prego, per quella virtù (cioè Dio) che vi conduce al sommo

della scala (del purgatorio), vi sovvenga a tempo del mio dolore! »
Poi si nascose nel fuoco che li purifica.