Riassunto

Il sole sta tramontando sul monte del purgatorio quando

l’angelo della castità, dopo aver cantato la sesta beatitudine evangelica « Beati mundo corde! », invita i tre poeti ad

entrare nelle fiamme che occupano il settimo girone, per poter proseguire il loro viaggio, Ma Dante esita, pieno di paura, e

Virgilio deve intervenire per far presente al discepolo che nel purgatorio le pene possono tormentare, ma non uccidere.

Tuttavia solo quando il maestro gli ricorda che al di là di quel muro di fiamme egli potrà finalmente vedere Beatrice, Dante si

decide e segue la sua guida nel fuoco, mentre Stazio chiude il piccolo gruppo. Virgilio, per esortare il discepolo e sostenerlo

nel difficile momento, continua a parlar di Beatrice finché, guidati da un canto, i tre poeti escono dalle fiamme, trovandosi

davanti a un angelo, che li invita a salire prima che sopraggiunga la notte. Poco dopo, tuttavia, essendo tramontato il sole,

essi si coricano su tre gradini tagliati nella roccia, per aspettare il nuovo giorno. Il Poeta, mentre osserva il cielo

stellato, viene preso dal sonno; quando l’alba è vicina egli sogna una giovane donna, bella e leggiadra, che percorre la

campagna cogliendo fiori e che, cantando, rivela il proprio nome: è Lia, che fu la prima moglie di Giacobbe e rappresenta il

simbolo della vita attiva, mentre Rachele, che fu la seconda moglie del patriarca ebraico, è simbolo della vita contemplativa.

Ogni tenebra è scomparsa quando Dante si riscuote dal sonno; subito dopo il maestro gli spiega che è ormai vicina quella

felicità che tutti i mortali cercano ansiosamente e che è simboleggiata dal paradiso terrestre. Virgilio, dopo aver

accompagnato Dante fino al termine della scala che conduce all’Eden, si congeda da lui: il suo compito si è concluso, il

discepolo ha raggiunto la totale purificazione e non gli resta che attendere la venuta di Beatrice.

Introduzione

critica

Con la vista dei lussuriosi che si purificano nel fuoco ha termine l’esperienza compiuta da Dante nei

primi due regni dell’oltretomba. A partire da questo momento fino alla fine della seconda cantica la vicenda itinerale del

pellegrino assumerà un colore più decisamente *allegorico, venendo a mancare ad essa lo sfondo storico, determinabile

attraverso il riferimento a personaggi e fatti realmente accaduti in terra, che ha sin qui caratterizzato gli incontri del

protagonista con le anime dei dannati o dei promessi alla beatitudine. Uno studioso americano, il Singleton, distingue nel

personaggio che parla in prima persona nella Commedia un “io-individuo”, storicamente identificabile in Dante Alighieri, e un

“io” più generale, a carattere simbolico: un “io-umanità” che egli definisce, richiamandosi ad un celebre dramma medievale,

“Chiunque”. Per il Singleton, i canti proemiali del poema avrebbero quale loro protagonista questo secondo “io”, questo “io”

che non si identifica storicamente nella concretezza di una persona vissuta, ma che agisce sul lettore con la portata vasta e

suggestiva di un riferimento diretto al destino umano. Considerazioni analoghe possono essere svolte anche in rapporto ai canti

successivi, poiché sempre, nella presentazione che il Poeta fa di sé in quanto protagonista dell’opera, coesistono queste due

forme di intendere la soggettività, prevalendo ora l’una ora l’altra a seconda delle esigenze della narrazione. Così, se nei

dialoghi con le anime ha il sopravvento, sul Dante-simbolo, il Dante storico, ricco di una personale esperienza e di un sentire

che questa esperienza traduce sempre in travaglio morale, nei momenti in cui l’elemento umano é messo in ombra da quello

sovrannaturale il protagonista della Commedia tende a coincidere con l’uomo assunto nella sua tipicità, onde talvolta il suo

sentire sembra contraddire quello, esprimente la volontà ferma e il coraggio, del Dante personaggio storico. Basti pensare, ad

esempio, al tema ricorrente della paura, il quale chiaramente allude ad una condizione generica, propria dell’uomo non ancora

libero dal peccato e bisognoso di un soccorso per diventarlo. Questo tema, trattato dall’autore con effetti a volte di

indubbia comicità, come in certe inflessioni dell’episodio davanti alle porte di Dite o della pagina dedicata al volo sulla

groppa di Gerione o in tutto il movimentatissimo episodio della bolgia dei barattieri, acquista un notevole risalto nella prima

parte del canto XXVII del Purgatorio. Ivi, “cessata la rivista delle anime purganti (o delle dannate e delle purganti), dove

domina l’individualità storica e dei visitati e dello stesso visitatore», ricompare “l’intelaiatura affabulatrice del

viaggio, dove il protagonista é l’« io » che é altresì «noi»” (Contini). La critica ha cercato per diverse vie di annettere

alla poesia solenne che contraddistingue la seconda parte del canto (poesia dei silenzi e delle meditazioni notturne, poesia

della piccolezza dell’uomo nelle dimensioni dell’universo, poesia del risveglio in una natura vergine, ignara del peccato) e

che culmina nel congedo tragico di Virgilio, anche l’episodio che ne occupa la prima parte: quello che ci mostra Dante – (e io

pur fermo e contra coscienza) – riluttante ad affrontare l’ultima prova dolorosa che attende le anime prima che possano

accedere al paradiso terrestre. Tentativi del genere non riescono tuttavia a persuadere. Quando il Momigliano, ad esempio, in

merito all’espressione sopra riferita, parla di un verso “unico, incrollabile sotto i colpi reiterati delle parole di

Virgilio”, non tiene conto del contesto indubbiamente orientato verso il comico, in cui tale endecasillabo si trova inserito.

L’aspetto bonario di questa rappresentazione della paura del protagonista cui il riferimento alla vista di cadaveri (verso 15)

o di bruciati vivi (verso 18) non riesce a conferire la consistenza di un sentimento provato in prima persona – si rende palese

nella sua conclusione (terzina 43), a proposito della quale il Contini rileva: “la situazione infantile di Dante sottolineata

da quella sottilissima spia linguistica che é il pronome allocutorio di prima plurale, volenci star di qua? (non si dice

infatti ai bambini: «Come siamo belli oggi!» ?), é indicativa del prevalere in lui dell’istinto contra coscienza”. Ora nessuna

situazione caratterizzata dall’affermarsi dell’istinto in quanto tale é mai presentata nella Commedia in termini di un dramma

che non sia puramente simbolico, e pertanto, là dove questo dramma vuole affermarsi come reale, si determina una sproporzione

fra i due piani fondamentali (quello letterale e quello allegorico) della rappresentazione, con esiti tendenti al comico. La

seconda parte del canto isola le figure dei tre viandanti sullo sfondo di una notte viva di inespressi presagi, in accordo con

la grandiosa determinazione astronomica dei versi dell’esordio, nei quali l’impassibilità del decorso degli eventi naturali

inquadra la passione del Dio fatto uomo (verso 2). Rimandare in proposito, come fa il Momigliano, all’atmosfera che

caratterizza un componimento come L’infinito del Leopardi, può riuscire utile nei margini di una larghissima approssimazione,

ma allora tanti altri riferimenti potrebbero risultare ugualmente validi. Ciò che distingue il respiro cosmico che anima questa

pagina commossa, dalle meditazioni notturne degli scrittori più vicini a noi nel tempo, é il senso di fiduciosa attesa che la

pervade, l’armonia che si istituisce tra il soggetto contemplante e la natura di cui si sente parte, oltre che osservatore.

Dante non esprime un desiderio di « naufragare» nel mare dell’essere, di sfuggire in tal modo al tormento della coscienza, ma,

assorto (si ruminando e sì mirando in quelle) nella contemplazione di astri che gli indicano senza errore il cammino che deve

seguire, cede ad un sonno apportatore, per via di prefigurazioni simboliche, di verità.