TESINA MATURITÀ L’UOMO COMBATTUTO TRA GUERRA E PACE

Bobbio definisce il pacifismo come teoria che considera la pace un bene supremo tanto desiderabile da considerare ogni sforzo per raggiungerla degno di essere perseguito. Mira quindi ad una pace durevole e universale, perpetua, come la definì Kant nel suo saggio del 1795. Non si tratta dunque di una pace d’impero, quale quella denunciata da Calcago, capo caledone, che nell’Agricola di Tacito incita i suoi uomini a difendere la propria libertà dall’imperialismo romano. Quella che a Roma, dai tempi di Virgilio, veniva chiamata “pax augustea” non era vista allo stesso modo dai popoli sottomessi.
La pace cui mira il pacifismo non può nemmeno essere definita pace d’equilibrio che è piuttosto una condizione di stallo con forti tensioni tra i paesi interessati come quella che si ebbe durante la guerra fredda in seguito alla corsa agli armamenti. Per evitare situazioni di questo genere il pacifismo si propone di agire contro le cause che le determinano contrapponendo, nel caso della guerra fredda, la politica del disarmo a quella della corsa agli armamenti. In questo caso, quando si agisce direttamente sui mezzi che potrebbero causare una guerra, si parla di pacifismo strumentale. Secondo la partizione di Bobbio ci sono tre tipi di pacifismo: strumentale, istituzionale e finalistico.  Il pacifismo strumentale opera attraverso due grandi strade: il disarmo e la non violenza. Quest’ultima è la dottrina attraverso la quale Gandhi ottenne l’indipendenza dell’India senza scontri armati ed è la stessa dottrina che il Dalai Lama sta utilizzando per rendere il Tibet indipendente e lo ha portato ad ottenere il Premio Nobel per la Pace nel 1989. La non violenza non è quindi una passiva sopportazione dei soprusi e delle ingiustizie bensì una forma di pacifismo propositivo, attivo, che tenta di raggiungere gli scopi che si è prefissato usando metodi diversi da quelli violenti. E’ quindi un atteggiamento diverso da quello passivo, che non potrebbe nemmeno essere definito pacifismo. Atteggiamento che viene criticato da Glucksmann, giornalista e filosofo francese, che in un’intervista del 2003 faceva notare che lo slogan dei manifestanti “non fate la guerra, fatevi un tè” denunciasse una forma di egoismo e di attenzione solamente al benessere del proprio paese piuttosto che uno spirito altruistico e umanitario nei confronti di popolazioni vittime di regimi dittatoriali o guerre. Forse la condizione che più caratterizza l’uomo occidentale è quella descritta da Franco Fortini nella lirica “Lontano, lontano…” in cui denuncia la propria impotenza ad agire concretamente per una popolazione che si trova molto distante da lui.

Il secondo tipo di pacifismo, quello istituzionale, si basa sulla creazione di enti in grado di mantenere la pace tra i membri costituenti e si divide in pacifismo sociale e giuridico. Il primo è quello che uno stato, in quanto unico detentore della facoltà di punire un cittadino, è in grado di mantenere al proprio interno, il secondo, più complesso, è quello che regola i rapporti internazionali. C’è una legislazione internazionale che limita lo ius ad bellum, ponendo restrizioni all’intervento armato come risoluzione di controversie tra stati, tra i compiti di organizzazioni come l’ONU o l’Unione Europea c’è anche quello di verificare che non si verifichino violazioni di queste norme. Anche la Costituzione del nostro paese, all’articolo 11, sostiene che l’Italia ripudia la guerra. Nel caso in cui scoppi un conflitto c’è comunque uno ius in bello che tutela i diritti della popolazione civile, dei feriti, dei prigionieri di guerra come stabilito dal Trattato dell’Aja o dalla Convenzione di Ginevra.
Poiché viene richiesto alla comunità internazionale di intervenire in caso di crimini di guerra, crimini contro l’umanità, genocidi, è sorto l’interrogativo di quando sia lecito l’intervento armato. Interrogativo sorto ultimamente in occasione del tifone che ha colpito la Birmania, come evidenzia un articolo del TIME di maggio.  Il terzo tipo di pacifismo, quello finalistico, si propone di agire sulla natura stessa dell’uomo, è quindi quello in grado di garantire la pace perpetua ma è anche il più utopico. E’ addirittura un pacifismo irrealizzabile se, come Eraclito, si ritiene che la guerra sia la condizione naturale in cui debba vivere l’uomo. Fino ad oggi la guerra è comunque stata una situazione vissuta e descritta, anche in prima persona, dai poeti come Ungaretti, nella I Guerra Mondiale, o come Archiloco, mercenario greco che era esponente di una cultura che esaltava il guerriero come figura di uomo coraggioso e valoroso. L’accezione di virilità legata al ruolo del combattente ha caratterizzato la nostra società fino al secolo scorso quando, in parallelo al movimento di protesta per la guerra nel Vietnam, venne riconosciuta l’obiezione di coscienza. Se invece si ritiene che l’uomo non sia per natura portato alla guerra e che sia possibile raggiungere la concordia tra gli uomini, allora si può tentare di realizzare effettivamente la pace perpetua. Si tratta di una procedimento che richiederà tempo perché tutti giungano alla consapevolezza necessaria e seguano consigli di personaggi come Tiziano Terzani: “educhiamo i figli ad essere onesti e non furbi”.

TESINA L’UOMO COMBATTUTO TRA GUERRA E PACE

Argomenti trattati:

Per consultare la tesina completa clicca su “Scarica il file” ed effettua in un clic il download gratuito di tutto il materiale utile.

ESAME DI MATURITÀ 2018: NEWS AGGIORNATE E RISORSE

Resta sempre aggiornato con la maxi guida all’Esame di Maturità 2018 e scopri tutte le info sulle date, le commissioni e le tracce del Miur previste per le singole prove:

Se vuoi avere informazioni, consigli e aiuto per l’esame di Maturità 2018, iscriviti al gruppo Facebook Maturità 2018: #esamenontitemo