Life Style

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  • Scritto da: Redazione StudentVille.it

Decisamente, fu tutta colpa di Maria

Direi che fu tutta colpa di Maria. O meglio, di ciò che fece in cucina, quella sera, mentre stavamo cercando un recipiente per metterci dentro l’insalata. Sì, direi che tutto quello che successe dopo derivò da quel piccolo, insignificante gesto. Che poi di insignificante non aveva un bel niente, a pensarci col senno del poi. Non so, provate voi ad assistere, impotenti, a una scena come quella, in cui Maria- sì, decisamente fu tutta colpa di Maria- entra in cucina, taglia l’insalata in fette sottili e ci innaffia sopra dell’aceto, il tutto con voi al vostro fianco, o per essere più precisi, con me accanto, che l’aiuto, e mi accingo già a sbucciare le patate per velocizzare la preparazione della cena; ed ecco che la scodella ricolma di rucola arriva al limite della sopportazione, e insorge l’urgenza di usarne un’altra. E io che faccio? Naturale: apro gli armadietti alla ricerca di una seconda  ciotola, ma non sapendo dove si trovi – dato che la casa, in fondo, non è la mia - li esploro tutti un po’ a caso, guardando ovunque, perlustrando senza indizi il caos di un appartamento abitato da 4 uomini. E Maria? La dolce, bellissima Maria, lei che fa? Si piega sulle ginocchia, si abbassa con piena sicurezza, allunga il piede al momento giusto e fa ruotare uno sportello situato sotto al lavandino, uno scaffale d’angolo di cui nessuno avrebbe sospettato l’esistenza. Cioè, certo che si vedeva: era lì, con la sua maniglia in bella vista e la superficie bianca schizzata di sugo, e naturalmente al suo interno campeggiava gloriosa una scodella verde adattissima per lavarci l’insalata. Ma, ve lo giuro, era impossibile, guardandolo, rendersi conto che era girevole. Sembrava uno scaffale normalissimo, da aprirsi con la sua brava anta senza dovergli dare nessunissima spinta. E invece era girevole, e solo conoscendolo lo si poteva aprire così, al primo colpo, senza sbagliare. Maria ci era riuscita.

Ora, se consideriamo che quello era l’appartamento del mio ragazzo e che Maria vi passava più tempo di quanto facessi io – fino al punto di conoscere ogni centimetro della sua cucina - si può capire perché ci restai di sasso.
Se poi si aggiunge che io vivevo a 13 ore di treno di distanza, lo vedevo una volta al mese e non sapevo neppure parlare la sua lingua, si comprende ancora di più il mio disappunto.

La nostra era la storia più incasinata che conoscessi, e non solo per via di Maria. Anche se, non lo nascondo, lei era uno dei fattori di instabilità del rapporto. O, per essere precisi, uno dei fattori d’ instabilità della mia mente.
Era un anno che uscivo con Lucas, ma contando le volte che l’avevo davvero visto non potevo dire di esserci stata insieme più di…uhm…quattro mesi. La nostra era la storia più incasinata che conoscessi. E i miei genitori non ne erano affatto contenti. Che io prendessi e andassi via, così, di punto in bianco, saltando a volte qualche giorno di scuola, proprio non gli andava giù. La loro figlia diciottenne, da sola, in un posto che non avevano mai visto, con un ragazzo che conoscevano a malapena, e con cui chiacchieravano solo del tempo. No, non ne erano assolutamente contenti.
Quando parlavo con qualcuno di questa storia, ciò che gli si dipingeva in viso era un misto di stupore e ilarità. Perché solo a dare le generalità del mio ragazzo ci mettevo un quarto d’ora: tedesco, di madre spagnola, attualmente residente a Berlino, con una ragazza – io – italiana. Di solito l’amico con cui stavo chiacchierando – che, beninteso, aveva già dichiarato a chiare lettere che lui, mai, mai avrebbe accettato una storia a distanza – il mio caro interlocutore, dicevo, mi guardava dritto negli occhi, con forza. Pareva che non gli passasse neanche per l’anticamera del cervello il motivo per cui facevo tutto questo – incaponirmi a uscire assieme a uno che vedevo una volta al mese, intendo. Mi scrutava con sospetto, per convincersi che non lo stavo prendendo in giro, quasi volesse penetrarmi nel cervello per scovare quel qualcosa – un carattere immaturo? Voglia di non impegnarsi? Troppo amore per la libertà? – quel vizio, insomma, che mi aveva spinto a un gesto senza futuro come mettermi con uno straniero.
Mi lasciava parlare, calmo, sicuro di sé; e con le labbra sul punto di scoppiare in risa incontrollate mi domandava infine: “ E come vi parlate, tra di voi? Usate il linguaggio dei segni?”
“In inglese” sussurravo io, impacciata, tentando di spacciare la cosa come perfettamente normale. Un tedesco, che vive a Berlino, di madre spagnola, e una morosa italiana con cui dialoga in inglese. Assolutamente normale."
Scattavano allora, puntuali, le domande sul come ci eravamo conosciuti.
Era successo durante una vacanza al mare, in uno di quei periodi dell’anno in cui si pensa solo a flirtare col bagnino. Questo era il trend, forse, per le mie coetanee, ma di certo non per me; io, infatti, non mi trovavo là con un gruppo di amiche single e scalmanate, ma ero – peraltro felicemente - in coppia. Eh già: quel viaggio tutto sole e relax era stata un’idea carina del mio ragazzo – o se vogliamo essere precisi, del mio fidanzato, conosciuto sui banchi di scuola e presentato ufficialmente in famiglia da tre anni, idolo tanto della mamma quanto del papà.
Era stato lui a scegliere Tenerife come destinazione di una vacanza a due, e a farmi trovare i biglietti nella buca delle lettere la mattina stessa della partenza. Non avevo fatto in tempo a portare neanche lo spazzolino da denti, ma tanto – mi assicurava lui – tutto ciò che mi serviva erano due costumi, una crema solare, un paio di parei e lo spazzolino, che si poteva trovare a poco prezzo in qualunque negozio di Tenerife.
Non sapeva, però, che da quell’isola sarebbe tornato indietro da solo.


Erika

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