Life Style

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  • Scritto da: Redazione StudentVille.it

Il ritorno a casa

Quando mia madre diceva no, era no. Non uno di quei no che è sempre sul punto di trasformarsi in un docile sì, come avevo a più riprese individuato nelle molto più malleabili conversazioni delle madri delle mie amiche. Il no dei miei famigliari era un no assoluto, un no – potrei dire - all’ennesima potenza. Le loro risposte non davano mai adito a dubbi e non c’era ragione di affaticarsi per smorzarle o modificarle: strepitare al telefono, scoppiare in lacrime, supplicare con voce affranta di concedermi ciò che avevo chiesto, non erano armi che avrebbero potuto smuovere neppure marginalmente la volontà dei miei genitori.
Fu per questo che non risposi alle parole fredde e distaccate che mi arrivarono dall’altro capo del telefono. Agganciai invece la cornetta, tornai in albergo, piegai velocemente i due vestiti che mi ero comprata sull’isola e li infilai alla bell’è meglio nello zaino. Mi ci volle qualche minuto per ritrovare i biglietti dell’aereo: li avevo dimenticati in un cassetto, sotto a una valanga di giornali, come se nutrissi l’ inconscia speranza che quel solo accorgimento avrebbe cancellato il mio imminente ritorno a casa. E mi avrebbe dato la possibilità di rimanere a Tenerife per tutta la vita.
Non cercai Lucas, né tentai di trascorrere con lui un’ultima, romantica serata. Non mi passò neanche per l’anticamera del cervello. Insomma, cosa avrebbe pensato quel ragazzo di me? Mi avrebbe considerato una bambina succube e senza grinta, debole e priva di libertà, che scattava in piedi ed obbediva con terrore a tutto ciò che le ordinavano i genitori. Non volevo che Lucas mi ricordasse così. Desideravo che conservasse, di me, l’immagine che mi aveva attribuito la prima volta che ci eravamo conosciuti: quella di una persona indipendente e un po’ pazza, piena di entusiasmo e di vita.

Non doveva assolutamente scontrarsi con la dura realtà e capire com’ero fatta davvero.
Così non avvertii né lui né i suoi amici della mia imminente partenza, chiamai un taxi e mi precipitai nel piccolo aeroporto della città. Poche ore dopo ero già in Italia.
La mia vita riprese con i ritmi di sempre. La mattina me ne andavo a scuola, al Liceo Classico della mia città, dove mi sorbivo con malavoglia ore e ore di lezioni inutili. Quindi mi ritrovavo a mangiare una piadina al solito bar, con le solite amiche, infervorandomi nelle solite lamentele senza possibilità di soluzione: il carico di compiti da svolgere per il giorno dopo, il disprezzo verso quel o quell’altro professore, gli immancabili dissapori con i genitori. Me ne stavo lì, con la piadina in mano fumante di formaggio, e tra un discorso e l’altro allungavo la mano verso il bicchiere di coca-cola. Guardavo una per una le mie amiche, le stesse con cui uscivo ormai da anni, ed improvvisamente non mi sentivo più a mio agio, o meglio, sentivo che, tutte quante, stavamo sprecando qualcosa. Non che disdegnassi la possibilità di trascorrere qualche ora in loro compagnia. Nient’affatto. Ma ecco, per la prima volta percepivo forte dentro di me la sensazione di un vuoto, di una noia legata alla ripetitività di tutto ciò che stavamo facendo: mi colpiva, come una voce appena distinguibile ma profondamente vorace, la consapevolezza che avrei desiderato fare qualcosa d’altro. Qualcosa di più.

Erika

Giorno precedente: La telefonata

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