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  • Scritto da: Redazione StudentVille.it

Modi di dire tratti dalla Divina Commedia

MODI DI DIRE TRATTI DALLA DIVINA COMMEDIA. Inevitabilmente ogni studente prima o poi deve confrontarsi con i grandi classici di Petrarca, Boccaccio, Tasso, Ariosto, Machiavelli e via dicendo. A secondo delle proprie propensioni uno può giudicare le loro opere relitti del passato più o meno inutili o manufatti artistici che ancora oggi riescono a parlarci. Con Dante Alighieri la questione è un po' diversa e non tanto – o almeno non soltanto – per le vette da lui raggiunte ma anche perché in un certo senso non è la Divina Commedia a parlarci anche ai giorni d'oggi, ma siamo noi a parlare la Divina Commedia.

DIVINA COMMEDIA DI DANTE: I MODI DI DIRE CHE USIAMO ANCORA OGGI. Questo perché lo sfortunato poeta esule ha esplorato talmente a fondo le potenzialità della lingua, che poi secoli dopo sarebbe diventata anche la nostra, da creare tutta una serie di espressioni e modi di dire che usiamo ancora oggi senza accorgercene. Vediamo alcuni tratti dalla sua opera più imponente.

  • Galeotto fu (qualcosa o qualcuno): tratto dal quinto canto dell'Inferno, il modo di dire indica una responsabilità indiretta in merito a qualcosa di non proprio positivo, oggi anche in chiave ironica. Nel testo Galeotto sta per Galehault, colui che fa nascere l'amore tra Ginevra e Lancillotto e che nel caso di Paolo e Francesca è rappresentato da un libro. In un certo senso dunque si tratta di una meta-espressione!
  • Il bel Paese: quante volte abbiamo sentito questa espressione tratta dal 33esimo canto dell'Inferno al telegiornale? Tante, forse anche troppe, in quanto denota una certa pigrizia. In origine però denota una certa affezione per l'Italia, per quanto l'espressione si trovi in una violentissima requisitoria di Dante contro Pisa, che ha condannato Ugolino a un'orrenda morte.
  • Stai fresco: se non si sapesse che si tratta di Dante (sempre lo stesso canto di prima) si penserebbe a uno slang giovanile. E invece alla fine della cantica Dante sta descrivendo i peccatori bloccati nel lago di Cocito, per l'appunto ghiacciato. Non è un caso dunque che l'espressione indichi una situazione che non avrà un buon esito.
  • Senza infamia e senza lode: “il ragazzo non si applica ma è intelligente”, è una frase che avrete sentito più volte a scuola. Ecco, Dante, che si è inventato l'analogo modo di dire nel terzo canto dell'Inferno, non l'avrebbe presa affatto bene: con quella formula infatti indica gli ignavi, coloro che non hanno scelto e non si sono impegnati. Gente, che per quanto posta in apertura, è disprezzata con foga dal poeta.
  • Fa tremar le vene e i polsi: siamo proprio all'inizio dell'Inferno e Dante affronta la lupa che gli blocca il cammino, colto da un grande spavento. Quando poi si confiderà con Virgilio userà questa espressione, a denotare come persino le vene e le arterie (perché “polsi” quelle stavano a indicare) erano scosse da tramiti dinanzi alla fiera.
  • Lasciate ogni speranza voi ch’entrate: in realtà questo non è proprio un modo di dire, nel senso che si potrebbe parlare di citazione consapevole talmente fortunata da entrare nell'uso comune. Si tratta chiaramente della scritta che Dante legge sulla porta dell'Inferno e che chiaramente indica come da lì in poi non ci sarà nulla di buono da aspettarsi.
  • Non mi tange: finalmente citiamo anche Beatrice, che nel secondo canto (sempre dell'Inferno! Che la maggior parte dei lettori si sia fermata lì?) spiega al suo amato Dante perché non soffra l'atmosfera macabra dell'Inferno. La spiegazione è pura metafisica applicata alla fisica: ovvero il male, quello assoluto, non può toccare – tangere lo spirito del Paradiso. Curioso come oggi questo modo dire sia usato con una punta di strafottenza e indolenza.
     

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