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  • Scritto da: Redazione StudentVille.it

Parole da vietare: le più odiose di sempre

PAROLE DA VIETARE: LE PIU' ODIOSE DI SEMPRE. “Ma come parla?! Le parole sono importanti!”, strepitava Nanni Moretti in un suo film, dopo aver tirato un violento e improvviso schiaffo alla giornalista che tentava di intervistare il suo personaggio. Per quanto la rabbia del regista fosse anche espressione auto-ironica di una certa sensibilità radical chic, è inutile negare che a volte (anzi molto spesso) le nostre orecchie vengono perforate con gli aghi arroventati delle espressioni più orrende e abusate. Forse una volte queste frasi o parole avevano un senso e una determinata accezione, ma con il passare del tempo sono diventate come delle pietre scagliate inconsapevolmente da coloro che le usano senza riflettere.

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PAROLE FASTIDIOSE: QUELLE DA ABOLIRE. Partendo da un articolo del Corriere vediamo allora quali sono alcune delle più odiose parole ed espressioni di cui vorremmo poter vietare l'uso.

  • “Attimino”: eccesso di educazioni, timidezza o vezzo fastidiosissimo? Non lo sappiamo per certo, ma di sicuro questa formula di stampo televisivo si è diffusa con troppa velocità e oggi è particolarmente usata da commessi e negozianti che intendono essere gentili e minimizzare la nostra attesa. Nel contempo uccidendo la lingua italiana.
  • “Assolutamente sì”: cosa spinge un essere umano a voler creare una sorta di superlativo assoluto di una formula già così limpida e perfetta di assenso quale è il “sì”? È un mistero che non comprendiamo o che forse non vogliamo comprendere, il cui abisso è molto più profondo rispetto al più umano “a me mi”, rafforzativo inutile ma del tutto involontario, quasi fisiologico.
  • “Lato B”: la carta d'identità ha un lato A e un lato B, le persone sono tridimensionali e in teoria non dovrebbero avere dei lati. Se poi vogliamo riferirci a quella parte del corpo conosciuta come “culo”, “glutei”, “sedere” e via dicendo, beh, come si è appeno visto non c'è che l'imbarazzo della scelta. Uno degli eufemismi giornalistici più osceni all'interno di una tradizione già alquanto infima.
  • “E niente”: cosa? Chi ha parlato? Nessuno? Perché qualcuno dovrebbe aprire bocca per affermare il nulla? L'espressione in sé sarebbe anche fieramente tragica – esprime l'incapacità di andare avanti con un ragionamento o un racconto – ma l'abuso che se ne è fatto l'ha resa una delle formule più imbarazzanti, sopratutto se ripetuta con la frequenza dell'antico “cioè”.
  • “Piuttosto che”: più che un'espressione fastidiosa qua ci troviamo di fronte a un vero e proprio errore grammaticale, il cui uso dissennato rischia seriamente di rendere vano ogni sforzo comunicativo. L'espressione utilizzata in senso disgiuntivo – come se fosse un “o” - è infatti in pieno contrasto con l'uso corretto, quello che indica la preferenza accordata a un elemento della frase rispetto a un altro.
  • “Simpatico”: una parola così nobile – il cui significato originale è quello di una comunione di sensibilità, passione, persino dolore – si è trasformato in una sorta di terribile diminutivo di qualcosa che in realtà non piace ma che non può essere disprezzato. Quando qualcosa è definito “simpatico” (a meno che non si stia parlando di una persona dalla verve ridanciana) potete osare con una certa sicurezza la parafrasi, intendendo “orribile”.

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