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Le poesie d'amore di Shakespeare più famose

LE POESIE D’AMORE DI SHAKESPEARE PIÙ FAMOSE. William Shakespeare ci ha lasciato un’eredità letteraria e poetica così grande che a scuola non si può fare a meno che studiare tutte, o quasi, le splendide commedie e tragedie da lui scritte. Sapete che fu anche un prolifico poeta? Ha scritto molto per nostra fortuna, e ancora oggi possiamo leggere e studiare tutta la sua produzione. Shakespeare, infatti, non è stato solo un grande autore di teatro: nella sua produzione, infatti, si annoverano anche parecchi sonetti e poesie d’amore che, benché poco noti in Italia, continuano ad essere ampiamente studiati nei paesi di lingua inglese. A scuola, ovviamente, si studiano le opere più famose, ma se siete interessati alla sua produzione poetica, in particolare cercate le poesie d’amore di Shakespeare, siete nel posto giusto, perché abbiamo raccolto e selezionato i versi più belli e toccanti. 

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LE PIÙ BELLE POESIE D’AMORE DI SHAKESPEARE: Oggi faremo una abbuffata di sonetti shakespeariani: vi proponiamo le più belle poesie d’amore di William Shakespeare, poeta e drammaturgo inglese tra i più famosi e amati del mondo. William Shakespeare compose 154 sonetti dedicati in larga misura al tema dell’amore o di temi in relazione con l’amore, quindi c’è solo l’imbarazzo della scelta. Noi abbiamo selezionato le più famose, eccole per voi:

Sonetto 1: Alle meraviglie del creato noi chiediam progenie

Alle meraviglie del creato noi chiediam progenie
perché mai si estingua la rosa di bellezza,
e quando ormai sfiorita un dì dovrà cadere,
possa un suo germoglio continuarne la memoria:
ma tu, solo devoto ai tuoi splendenti occhi,
bruci te stesso per nutrir la fiamma di tua luce
creando miseria là dove c’è ricchezza,
tu nemico tuo, troppo crudele verso il tuo dolce io.
Ora che del mondo sei tu il fresco fiore
e l’unico araldo di vibrante primavera,
nel tuo stesso germoglio soffochi il tuo seme
e, giovane spilorcio, nell’egoismo ti distruggi.
Abbi pietà del mondo o diverrai talmente ingordo
da divorar con la tua morte quanto a lui dovuto


Sonetto 18: Posso paragonarti a un giorno d’estate?

Posso paragonarti a un giorno d’estate?
Tu sei più amabile e più tranquillo.
Venti forti scuotono i teneri germogli di Maggio,
E il corso dell’estate ha fin troppo presto una fine.
Talvolta troppo caldo splende l’occhio del cielo,
E spesso la sua pelle dorata s’oscura;
Ed ogni cosa bella la bellezza talora declina,
spogliata per caso o per il mutevole corso della natura.
Ma la tua eterna estate non dovrà svanire,
Né perder la bellezza che possiedi,
Né dovrà la morte farsi vanto che tu vaghi nella sua ombra,
Quando in eterni versi al tempo tu crescerai:
Finché uomini respireranno o occhi potran vedere,
Queste parole vivranno, e daranno vita a te.


Sonetto 29: Quando, inviso alla fortuna e agli uomini

Quando, inviso alla fortuna e agli uomini,
in solitudine piango il mio reietto stato
ed ossessiono il sordo cielo con futili lamenti
e valuto me stesso e maledico il mio destino:
volendo esser simile a chi è più ricco di speranze,
simile a lui nel tratto, come lui con molti amici
e bramo l’arte di questo e l’abilità di quello,
per nulla soddisfatto di quanto mi è più caro:
se quasi detestandomi in queste congetture
mi accade di pensarti, ecco che il mio spirito,
quale allodola che s’alzi al rompere del giorno
dalla cupa terra, eleva canti alle porte del cielo;
quel ricordo del tuo dolce amor tanto m’appaga
ch’io più non muto l’aver mio con alcun regno.


Sonetto 73: In me tu vedi quel periodo dell’anno

In me tu vedi quel periodo dell’anno
quando nessuna o poche foglie gialle ancor resistono
su quei rami che fremon contro il freddo,
nudi archi in rovina ove briosi cantarono gli uccelli.
In me tu vedi il crepuscolo di un giorno
che dopo il tramonto svanisce all’occidente
e a poco a poco viene inghiottito dalla notte buia,
ombra di quella vita che tutto confina in pace.
In me tu vedi lo svigorire di quel fuoco
che si estingue fra le ceneri della sua gioventù
come in un letto di morte su cui dovrà spirare,
consunto da ciò che fu il suo nutrimento.
Questo in me tu vedi, perciò il tuo amor si accresce
per farti meglio amare chi dovrai lasciar fra breve.


Sonetto 116: Non sia mai ch’io ponga impedimenti

Non sia mai ch’io ponga impedimenti
all’unione di anime fedeli; Amore non è amore
se muta quando scopre un mutamento
o tende a svanire quando l’altro s’allontana.
Oh no! Amore è un faro sempre fisso
che sovrasta la tempesta e non vacilla mai;
è la stella-guida di ogni sperduta barca,
il cui valore è sconosciuto, benché nota la distanza.
Amore non è soggetto al Tempo, pur se rosee labbra e gote
dovran cadere sotto la sua curva lama;
Amore non muta in poche ore o settimane,
ma impavido resiste al giorno estremo del giudizio:
se questo è errore e mi sarà provato,
io non ho mai scritto, e nessuno ha mai amato.

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