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Nomi di professione: quando si usa il femminile

NOMI DI PROFESSIONE: QUANDO SI USA IL FEMMINILE. La questione sul femminile dei nomi di professione è esplosa da quando Virginia Raggi è stata eletta quale prima cittadina di Roma, vista la necessità per la stampa di trattare quasi quotidianamente le cronache politiche della capitale: per indicare il suo ruolo dovremo dire il sindaco, la sindaco o la sindaca? Il quesito in realtà è al centro di un dibattito pluridecennale, che scorre in parallelo a tutte le varie rivendicazioni femminili in merito a parti diritti, divario salariale e lotte contro il patriarcato e il maschilismo che si sono succedute negli anni.

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NOMI DI PROFESSIONE: QUANDO E COME SI USA IL FEMMINILE. La lingua italiana – e davvero non c'è bisogno di rammentarlo a degli studenti – è davvero ostica e piena di eccezioni e irregolarità e sulla questione del femminile applicato ai nomi di professione c'è sempre stata una grandissima confusione che anche oggi impedisce la formazione di una vera e propria regola.

  • Per esempio: si dice avvocatessa, avvocato o avvocata? Secondo alcuni commentatori il primo termine ha una valenza negativa, in quanto tende a sminuire il soggetto che si sta indicando, come se si trattasse della parodia di un avvocato. Secondo questa linea di pensiero è dunque da preferire il termine avvocato, meno usato ma più corretto, come attestato tra l'altro dalla Commissione nazionale per la realizzazione della parità tra uomo e donna del 1986. Come sempre però la diffusione è il criterio più importante, e in questo caso avvocatessa parrebbe avere la meglio. La forma “maschile”, o per meglio dire neutrale, di avvocato è tuttavia molto diffusa, sopratutto nell'ambito giuridico di competenza, tra cui ovviamente le aule del tribunale.
     

FEMMINILE NOMI DI PROFESSIONE: I SUFFISSI. A questo proposito si deve far notare come un'altra corrente di pensiero indica come inutile la distinzione con l'uso di suffissi in -a ed -essa quando esistono forme come il/la presidente, il/la preside, il/la vigile e così via. Chi sostiene questa tesi e cerca di allargarla ad altri casi ritiene infatti che in questi casi la funzione svolta abbiano la precedenza sul sesso della persona che la incarna, e che quindi si dovrebbe usare il termine in uso senza modifiche. Ridicolo però usare l'articolo al femminile con forma maschile: in effetti la segretario o la ministro non hanno davvero senso e rappresentano compromessi comici.
Altri termini come soldatessa al posto di soldata vengono poi ritenuti scorretti perché in questo caso la formula corretta viene da regolari participi passati di verbi, come in questo caso assoldare.
Impossibile invece fare il discorso inverso, quando si vuole passare al maschile con parole come guardia e sentinella che terminano in -a: non esistono né vengono proposte versioni in -o come guardio e sentinello.
 

NOMI DI PROFESSIONE: IL FEMMINILE NELLE ALTRE LINGUE. Rimane infine da notare come lingue molte vicine alla nostra questi problemi non se li pongano affatto: il francese ha forma al femminile praticamente per ogni professione, così come il tedesco, mentre lo spagnolo ha incluso recentemente moltissime versioni femminili senza troppi patemi. L'inglese poi questo problema non se lo pone neanche, vista la scarsa propensione a distinguere i ruoli e le funzioni a seconda dei sessi. Spesso infatti il genere si desume dal pronome utilizzato nella stessa frase o in quella successiva oppure, ma non è troppo comune, si usa il termine woman davanti alla professione.

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