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  • Scritto da: Redazione StudentVille.it

Saggio breve sul lavoro

SAGGIO BREVE SUL LAVORO

Un saggio breve sul lavoro è un modo per analizzare questa tematica da un punto di vista critico e globale. In questo post vi forniremo un esempio svolto: ecco un saggio breve su lavoro, sicurezza e produttività.

Leggi la nostra guida: Come scrivere un saggio breve

Saggio Breve sul Lavoro: traccia svolta

SAGGIO BREVE SUL LAVORO: TRACCIA

Ecco i documenti che utilizzeremo per il nostro saggio breve sul lavoro:

  • Da “Intervista a Luciano Gallino: contro la precarietà una politica globale del lavoro” di Fabio Cucculelli su www.benecomune.net. “La richiesta di lavoro flessibile da parte delle imprese, che significa in buona sostanza maggior facilità di assumere e di licenziare, è un fenomeno globale che non esclude nessun Paese. Le grandi imprese occidentali oggi producono all’estero perché trovano costi del lavoro molto più bassi, vincoli ambientali minori o inesistenti e assenza di attività sindacale. I singoli governi non possono limitarsi a curare gli effetti della flessibilità adottando misure che la rendano sostenibile attraverso l’offerta di maggiore sicurezza sociale (flessicurezza). E’ necessaria un’azione decisa che contrasti la flessibilità intervenendo sulle sue cause. Si tratta di un impegno di lungo periodo, di un compito storico a cui tutti i Paesi occidentali sono chiamati. Siamo di fronte ad una vera e propria sfida da cui dipenderà il futuro di molti lavoratori: quella relativa a come avverrà il pareggiamento, a lungo termine inevitabile, tra i redditi e i diritti delle forze di lavoro oggi più agiate e quelli delle forze di lavoro più povere del mondo. Ad oggi i segnali che abbiamo sono indirizzati ad un pareggiamento spostato verso il basso piuttosto che verso l’alto. Nell’ultimo quarto di secolo abbiamo infatti assistito ad una pressione volta ad abbassare i salari e le condizioni di lavoro, che certo non si può ricondurre al declino americano o a mercati del lavoro troppo ingolfati da lato dell’offerta, quanto piuttosto ad una strategia concertata del capitale, dei governi e della destra politica volta a tagliare i guadagni ottenuti dal movimento dei lavoratori a metà del XX secolo. La sfida a cui facevo riferimento prima può essere vinta solo attraverso l’adozione di una politica del lavoro globale che da un lato riconosca maggiori diritti ai lavoratori del Sud del mondo, e dall’altro imponga regole ed accordi sindacali che migliorino le condizioni di questi lavoratori. La strada della contrattazione territoriale a livello globale non è un utopia ma una via già sperimentata. L’OIL ha reso noti diversi contratti e accordi che hanno permesso di modificare la situazione lavorativa di parecchi milioni di lavoratori. Per quanto riguarda l’Europa, si potrebbero mettere in campo strategie finanziarie innovative tese a promuovere forme di investimento socialmente responsabili, tese cioè a risolvere il conflitto intorno alle condizioni di lavoro determinatosi tra i lavoratori dei paesi sviluppati e quelli dei Paesi più poveri. Anche accordi bilaterali estesi all’insieme di settori produttivi potrebbe giovare. Purtroppo dobbiamo constatare come oggi la Commissione europea sia integralmente neoliberista e quindi poco sensibile a politiche di questo tipo. Venendo al contesto italiano, ritengo che occorra sfuggire dalla trappola dell’adattamento alla globalizzazione e pensare invece a normative e leggi in grado di recepire i principi ispiratori della nostra carta costituzionale.”
     
  • Da “Nell’orto dei decimali non cresce il lavoro” di Luca Ricolfi su “Il Sole24ore” dell’8 novembre 2015 “…è sull’occupazione, prima ancora che sulla produttività o sul numero di ore lavorate per occupato, che l’Italia è più indietro rispetto alle altre economie avanzate. E qui, sul terreno dell’occupazione, il bilancio è davvero magro. Da quando è stata introdotta la decontribuzione (1° gennaio) a tutto settembre, ossia in 9 mesi, l’occupazione è cresciuta di appena 185 mila unità e, sorprendentemente, la quota di lavoratori a tempo determinato (i “precari” che si desiderava stabilizzare) non è diminuita ma è addirittura aumentata. Nel secondo trimestre di quest’anno (ultimo dato disponibile), la quota dei precari non solo è un po’ maggiore che nel corrispondente trimestre dell’anno scorso, ma è tornata a un soffio dal suo massimo storico (14,2%), toccato durante il governo Monti. Perché dico che il bilancio è magro? Non sono, 185 mila posti di lavoro, un risultato comunque apprezzabile? Il bilancio è magro, innanzitutto, in termini di costi e benefici. Perché i costi sono stati altissimi (circa 12 miliardi, spalmati in 3 anni, per i soli assunti nel 2015), ma i benefici occupazionali sono stati minimi. Per rendersene conto, basta confrontare l’incremento di posti nei primi 9 mesi del 2015 (vigente la decontribuzione, e con il Pil in crescita), con quello dei primi 9 mesi del 2014 (senza decontribuzione, e con il Pil in calo). Sembra incredibile, ma la formazione di posti di lavoro è del tutto analoga: 185 mila nel 2015, 159 mila nel 2014. La differenza è trascurabile (prossima all’errore statistico), tanto più se si considera che nel 2014 l’economia andava decisamente peggio che nel 2015. Nel corso di quest’anno, nonostante una congiuntura decisamente più favorevole, nonché la spinta della decontribuzione, la formazione di posti di lavoro è migliorata di appena 26 mila posti (185 mila contro 159 mila). Poiché la decontribuzione una spinta comunque l’ha data, viene da chiedersi che cosa sarebbe successo senza di essa, e quali siano le forze che rallentano in modo così drammatico la crescita dell’occupazione. Se fossi il ministro del lavoro sarei piuttosto preoccupato…”
     
  • Da “Eurostat: in Italia ripresa al rallentatore, i suoi numeri sono i peggiori dell’Ue” di Luigi Grassia su “La Stampa” del 03/01/2016. Nel mercato del lavoro l’Italia resta in difficoltà. Nel terzo trimestre del 2015 il tasso di disoccupazione è sceso all’11,5%, ma in Germania era al 4,5% e nel Regno Unito al 5,2%. La Spagna, fanalino di coda, segnava ancora un grave 21,6%, tuttavia rispetto ai momenti più bui della crisi Madrid ha recuperato 4,7 punti contro 1,6 punti di Roma. Caso a sé quello della Francia: il tasso di disoccupazione è più basso di quello italiano, pari al 10,8% ma si tratta del dato peggiore degli ultimi 18 anni.
     
  • Articoli da “La Costituzione Italiana”: Art. 36. Il lavoratore ha diritto ad una retribuzione proporzionata alla quantità e qualità del suo lavoro e in ogni caso sufficiente ad assicurare a sé e alla famiglia un’esistenza libera e dignitosa. La durata massima della giornata lavorativa è stabilita dalla legge. Il lavoratore ha diritto al riposo settimanale e a ferie annuali retribuite, e non può rinunziarvi. » Art. 41 L'iniziativa economica privata è libera. Non può svolgersi in contrasto con l'utilità sociale o in modo da recare danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana. La legge determina i programmi e i controlli opportuni perché l'attività economica pubblica e privata possa essere indirizzata e coordinata a fini sociali. Art.46. Ai fini della elevazione economica e sociale del lavoro e in armonia con le esigenze della produzione, la Repubblica riconosce il diritto dei lavoratori a collaborare, nei modi e nei limiti stabiliti dalle leggi, alla gestione delle aziende.

SAGGIO BREVE SU LAVORO, SICUREZZA E PRODUTTIVITÀ: TITOLO E CONSEGNA

Inziamo il nostro saggio breve con titolo e consegna, che non vanno mai dimenticati:

  • Saggio breve sul lavoro titolo: Il lavoro, una garanzia per l'uomo?
  • Saggio breve sul lavoro, Consegna: rivista di cultura e società

SAGGIO BREVE SVOLTO SUL LAVORO

Esistono due concezioni del lavoro: la prima, che appare predominante ai giorni nostri, è quella che lo considera come un’attività separata dalla persona, la seconda invece vede il lavoro come una parte integrante della persona che lavora, che ne influenza e determina l’identità, l’autostima, la vita familiare e la partecipazione alla comunità di cui fa parte.

SAGGIO BREVE SULLA SICUREZZA SUL LAVORO: SVOLGIMENTO

Sulla base di quanto detto il tema del lavoro è sempre stato centrale nella descrizione e della determinazione di una società e l’Unione Europea lo considera uno degli indicatori da tenere sotto controllo per monitorare l’economia dei paesi membri: i dati Eurostat sono quindi diretta conseguenza di questo “controllo europeo” e come appare evidente dall’estratto proveniente da “La Stampa” pongono i vari paesi su una sorta di podio, promuovendo il confronto tra nazione e nazione.
Di questi dati poi è possibile farne una pagella delle azioni dei singoli governi: il governo italiano, per esempio, ha recentemente approvato una riforma del mondo del lavoro che non sembra aver dato i risultati sperati: come commenta Luca Ricolfi sul “Sole 24ore” non solo il bilancio in materia di occupazione è “davvero magro” ma “la quota di lavoratori a tempo determinato (i “precari” che si desiderava stabilizzare) non è diminuita ma è addirittura aumentata”, cioè le varie manovre proposte dalla riforma di Matteo Renzi hanno innescato una reazione contraria a quella che si voleva ottenere.
Quanto viene messo in luce dal Sole 24ore e dai dati Eurostat sembra però essere solo una parte delle variabili in gioco e per capire meglio dobbiamo tornare alla seconda concezione del lavoro che abbiamo illustrato nell’introduzione. Partendo da quella è possibile forse cercare di comprendere come intervenire sul mondo del lavoro e sull’economia europea: il Professor Luciano Gallino (scomparso nel 2015), parlando proprio di quella fascia della popolazione che è precaria, punta il dito sul ruolo delle aziende e richiede l’intervento dei governi nel contrastare proprio quella “flessibilità” che è stata in passato tanto decantata, definendolo “un impegno di lungo periodo, (di) un compito storico a cui tutti i Paesi occidentali sono chiamati.” Oggi la sfida, secondo il Professor Gallino, che riguarda la necessità di livellare le differenze esistenti tra le classi più agiate e le forze lavoro più povere e questa sfida può essere vinta solo con una presa in carico del problema a livello globale, con un’Europa che dovrebbe occuparsi di risolvere i conflitti presenti nel mondo del lavoro a favore delle classi e dei paesi meno abbienti mentre a livello nazionale il professore richiama l’attenzione a quelle che sono le regole della nostra costituzione in materia di lavoro, che richiamano lo Stato e le aziende (anche quelle private) ad agire nell’interesse del lavoratore, che ha diritti e doveri, e del Paese.

SAGGIO BREVE SUL LAVORO: CONCLUSIONI

Considerato tutto ciò sembra ora più facile comprendere come mai le indagini di Eurostat abbiano dato i risultati riportati dai giornali: la flessibilità, nuova musa europea del lavoro,  è intesa come flessibilità dell’occupazione (che si traduce in vari contratti che vengono definiti “atipici”) e come flessibilità della prestazione (che si riferisce ai tempi di lavoro, includendo i turni e i lavori a chiamata) e l’una spesso tende a determinare la comparsa dell’altra.
In questo modo la flessibilità ha mutato pelle e si è velocemente trasformata in precarietà, cioè in quello che i paesi europei dichiarano di voler combattere e che continuano però a foraggiare.

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