Storia

  • Materia: Storia
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  • Data: 2014-10-17
  • Autore: elena papa

Primo Dopoguerra

La situazione creatasi in Italia alla fine della Prima Guerra mondiale.

La situazione in Italia nel Primo Dopoguerra

Alla fine della prima guerra mondiale, molti italiani scoprirono che la pace non significava il benessere che a lungo avevano sperato. Il Paese infatti era in preda ad una grave crisi economica. L’inflazione impoveriva gli operai e i contadini, ma anche la piccola borghesia venne colpita dalla crisi. Le industrie dovevano cambiare tipo di produzione, dovettero licenziare moltissimi operai, e molte donne che durante la guerra avevano trovato lavoro, vennero lasciate a casa. In questa situazione per gli ex combattenti fu molto difficile trovare un lavoro e ricominciare una vita normale. 

La vittoria mutilata

In questo clima di profonda crisi, cresceva anche un generale senso di insoddisfazione verso il governo. Anche le condizioni imposte all’Italia nei trattati di pace destarono forti critiche. Molti si convinsero che quella italiana era una vittoria mutilata. I nazionalisti più convinti non volevano rinunciare alla Dalmazia e alla città di Fiume. Chiedevano al governo di ricorrere alla forza e minacciavano di farlo loro stessi.

Infatti, nel settembre del 1919, Gabriele D’Annunzio si pose alla guida di un gruppo di legionari, occupò Fiume e ne proclamò l’annessione all’Italia. Il capo del governo italiano, Nitti, non molto convinto sul da farsi, non fece praticamente nulla. La linea presa dal governo scontentò tutti. Si rafforzò cosi l’idea che i liberali, che guidavano il Paese fin dall’unificazione, non fossero in grado di affrontare la nuova situazione. La posizione dei liberali fu indebolita, anche dalla nascita di un nuovo partito, espressione del movimento cattolico: il Partito Popolare Italiano.

Il biennio rosso

Intanto in tutta Italia si diffondevano scioperi e proteste popolari. Molti operai nelle fabbriche del Nord e migliaia di contadini nelle terre del Sud e della Pianura Padana manifestavano il loro malcontento per le difficili condizioni economiche. Le agitazioni si concentrarono nel periodo compreso tra il 1919 e il 1920, chiamato il Biennio Rosso. Gli operai, con scioperi e manifestazioni di piazza, chiedevano aumenti del salario e delle garanzie contro il licenziamento. I contadini, soprattutto i braccianti, volevano la riforma agraria che era stata promessa dopo la disfatta di Caporetto. A portare avanti le motivazioni dei lavoratori furono soprattutto le organizzazioni sindacali. Per contrastare i lavoratori, anche i padroni si unirono in sindacato.

Giolitti

Nel 1920 nacque la Confederazione Generale dell’industria. Nello stesso anno la situazione precipitò. Questo perché gli industriali si rifiutavano di concedere aumenti, cosi i sindacati dichiaravano lo sciopero bianco, cioè il lavoratori entravano in fabbrica ma non lavoravano. A questo punto gli industriali minacciavano la serrata, cioè la chiusura delle fabbriche. I sindacati risposero con l’occupazione delle fabbriche, gli operai presero il controllo delle fabbriche e in questo caso, si preparavano a difenderle con le armi. Nello stesso periodo anche i contadini occuparono le terre, mettendo in discussione il diritto di proprietà dei latifondisti. Giolitti, che era tornato al potere, era convinto che proprietari terrieri e industriali dovevano trattare con i loro operai. Riuscì a mettere tutti d’accordo e cosi le agitazioni rientrarono.