ASTOLFO SULLA LUNA: RIASSUNTO DEL 34ESIMO CANTO DELL’ORLANDO FURIOSO. La luna è uno dei simboli del viaggio, un miraggio quasi, un sogno. L’uomo è arrivato sulla luna ma solo nel secolo scorso, mentre già l’immaginazione degli autori dei secoli passati vagava e arrivava fino al corpo celeste tanto vicino alla Terra. Diversi secoli prima dell’allunaggio l’Ariosto immagina un viaggio interplanetario fino al satellite lunare ed è Astolfo a raggiungere la luna, nel XXXIV canto dell’Orlando Furioso. Curiosi di conoscere la sua avventura? Ecco per voi il riassunto di questo canto dell’opera per il vostro studio. Pronti? Allacciate le cinture, si parte!

Astolfo va sulla luna: riassunto canto XXXIV Orlando furioso

CANTO XXXIV ORLANDO FURIOSO: ASTOLFO SULLA LUNA. Il Canto XXXIV dell’Orlando furioso di Ariosto è incentrato sulla figura del paladino Astolfo, il cui intervento si rivelerà necessario per la vittoria dei cristiani.  Alla fine del XXXIII canto Astolfo sta dando la caccia alle Arpie così arriva negli Inferi e da qui viene condotto dall’Ippogrifo verso il Paradiso terrestre, dove San Giovanni Evangelista gli parla della pazzia di Orlando. Sarà il Santo ad accompagnare il nostro paladino fino alla Luna per recuperare il senno dell’eroe cristiano e porre così fine alla guerra. Vediamo allora come si sono svolte le vicende narrate da Ludovico Ariosto in questa parte fantastica del poema.

ASTOLFO SULLA LUNA, RIASSUNTO: IL VIAGGIO SULL'IPPOGRIFO. La follia di Orlando a causa del "tradimento" di Angelica ha sottratto il paladino alla guerra contro i Mori e il suo ritorno alla normalità è necessario affinché dia il suo decisivo contributo alla battaglia. Per questo Astolfo viene incaricato da Dio per recuperare la follia dell’eroe. Per fare questo deve recarsi sulla Luna, dove si raccolgono tutte le cose che si perdono in Terra. In groppa all'ippogrifo arriva fino al Paradiso Terrestre e qui è accolto da S. Giovanni Evangelista, che lo scorta poi sulla Luna a bordo del carro d'Elia e gli fa da guida. Inizia così il viaggio prodigioso di Astolfo e S.Giovanni che, superando la sfera del fuoco arrivano sul regno della Luna. Qui si accorgono che il luogo è in gran parte simile a un acciaio privo di qualunque macchia; e lo trovano uguale, o un poco più piccolo rispetto alla Terra, senza però il mare, che invece circonda il pianeta. Qui Astolfo si meraviglia per il fatto che la Luna da vicino è tanto grande, mentre ricorda una piccola palla a noi che lo osserviamo dalla Terra; e per il fatto che deve aguzzare la vista se vuole distinguere da lì la Terra e il mare, perché il nostro pianeta non è luminoso.
 

ASTOLFO SULLA LUNA, RIASSUNTO DEL XXXIV CANTO DELL’ORLANDO FURIOSO: LA LUNA. Il duca Astolfo però non ha tempo per riuscire ad osservare tutto l’habitat lunare perché è arrivato fin lì con un altro scopo. Ha raggiunto la Luna guidato dal Santo, che lo ha condotto attraverso un vallone stretto tra due montagne, dove prodigiosamente si raccoglie ciò che si perde sulla Terra o per colpa degli esseri umani a o a causa del tempo o della fortuna. Ciò che si perde sul pianeta, si raduna sulla Luna: lassù arrivano voti e preghiere, le lacrime e i sospiri degli amanti, il tempo che si butta via inutilmente nel gioco d'azzardo, il lungo ozio di uomini ignoranti, e i vani desideri sono così tanti, che ingombrano buona parte di quel luogo. Insomma, ciò che hai perso sulla Terra, salendo lassù potrai ritrovarlo. Il paladino, passando per quei mucchi di cose, chiede di questo o quello alla sua guida: vede un monte di vesciche gonfie, che sembravano contenere tumulti e grida, ovvero gli antichi regni degli Assiri e della terra di Lidia, e dei Persiani e dei Greci, che un tempo furono potenti e il cui nome ora è quasi sconosciuto. Vede poi ami d'oro e d'argento ammassati, che erano quei doni che si fanno ai re, ai principi avari e ai protettori potenti con la speranza di una ricompensa. Vede dei lacci nascosti dentro delle ghirlande e apprende che sono tutte adulazioni mentre i versi che si scrivono in lode dei signori hanno l'immagine di cicale scoppiate. Vede che gli amori infelici hanno forma di ceppi d'oro e di gemme. C’erano poi sottosopra rovine di città e castelli, insieme a grandi tesori. Domanda e apprende che sono i trattati politici; vede serpi col volto di fanciulla, ovvero l'opera di falsari di monete e di ladroni; poi vede ampolle di diverso tipo che erano rotte, che rappresentavano la servitù delle misere corti. Vede una gran massa di minestre versate e domanda alla sua guida cosa voglia dire. S. Giovanni dice: «È l'elemosina che qualcuno lascia perché sia fatta dopo la sua morte.» Passa accanto a una gran montagna di fiori variopinti che una volta avevano un buon profumo, mentre adesso puzzano fortemente: il dono che Costantino fece al buon papa Silvestro. Solo la pazzia lì non è poca né molta, poiché essa sta sulla Terra e non se ne allontana mai.

RIASSUNTO CANTO XXIV ORLANDO FURIOSO: ASTOLFO RITROVA IL SENNO DI ORLANDO. Poi arrivò a quella cosa che noi pensiamo di avere, al punto che nessuno ne ha mai pregato Dio: il senno: e qui ce n'era una montagna, da solo in misura assai maggiore di tutte le altre cose descritte. Era come un liquido poco denso e fluido, rapido a esalare se non si tiene ben chiuso ed era raccolto in varie ampolle adatte a quell'uso. La più grande di tutte è quella in cui era racchiuso il senno del folle signor d'Anglante; e Astolfo la riconobbe poiché di fuori aveva scritto: Senno d'Orlando. Il duca franco Astolfo vide gran parte del suo; ma lo fecero meravigliare assai di più molti a cui lui credeva non dovesse mancare neppure di una goccia di senno. Alcuni perdono il senno in amore, altri nel ricercare gli onori, altri cercando le ricchezze per mare; altri nelle speranze dei signori, altri dietro alle sciocchezze della magia; altri in gemme, altri nelle opere dei pittori, ed altri in altre cose che apprezzano più di altro. Lì era raccolto il senno di sofisti e astrologi, e anche molto dei poeti. Astolfo prese il suo, cosa che gli fu concessa da S. Giovanni. Si limitò a mettere sotto il naso l'ampolla in cui era racchiuso, e il senno ritornò. Da lì in avanti Astolfo visse lungo tempo come un uomo saggio; ma poi commise un altro errore che lo fece impazzire un'altra volta. Astolfo prese l'ampolla più capiente e più piena, dove era il senno del conte Orlando; e non era così leggera, come aveva pensato quando era ammonticchiata insieme alle altre.
 

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