• Domanda n.
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Testo 2

«Cosa sono codeste vecchie carte?» disse Nunzio, credendo di aver indovinato un appiglio per amichevoli ricordi. Don Benedetto stringeva ancora tra le mani il pacchetto di fogli ingialliti portati poco prima dal suo studio. «Riguardano appunto voi» egli disse. «Stamane ho rintracciato una vecchia fotografia che ci siamo fatti, quindici anni fa, al momento di separarci. Ve ne ricordate? Ho anche ritrovato gli svolgimenti dell'ultimo tema d'italiano che vi assegnai: "Dite sinceramente che cosa vorreste diventare e quale senso vorreste dare alla vostra vita". Ho così riletto le vostre pagine, quelle di Caione, di Di Pretoro, di Candelora, di Lo Patto, degli altri di cui or ora mi avete raccontato le più recenti peripezie. Ebbene, ve lo confesso in confusione e umiltà, comincio col non capire più nulla. Comincio perfino a dubitare che valga la pena di ricercare una spiegazione. Forse la verità è triste, ha lasciato detto un francese del secolo scorso, che in gioventù fu educato, come voi, in scuole religiose». La voce di don Benedetto si era fatta più bassa e grave. Egli mostrava una grande esitazione nel parlare, come chi si ascoltasse prima internamente, come chi parlasse avendo un censore dentro di sé, oppure come un miope tra oggetti sconosciuti e che avesse paura di far danno, non a sé, ma agli oggetti stessi. Don Benedetto spiegò qualcuno dei fogli ingialliti che aveva nelle mani. «In simili componimenti» disse «a tanti anni di distanza, bisogna naturalmente far molta tara. Essi sono carichi di fronzoli letterari alla Carducci, alla Pascoli, alla D'Annunzio. Vi sono inoltre le ingenuità particolari degli allievi di un collegio diretto da preti, le illusioni dell'età. Vi è l'eco dell'armistizio tumultuoso che era stato, allora, da poco concluso. Ma, al di sotto di tutto questo, al di sotto dei fronzoli, degli ornamenti, dei plagi, a me sembrava che vi fosse qualche cosa di essenziale in parecchi di voi, qualche cosa di personale che coincideva con le osservazioni che a me era stato dato di cogliere su ognuno di voi, durante gli anni di ginnasio e di liceo, e che non era affatto banale. Ora quel qualche cosa, quando più tardi voi siete entrati nella società, non si è sviluppato. Mi riferisco alle notizie che mi avete dato, poco fa, di alcuni dei vostri compagni di scuola; ma, scusate, senza volere offendervi, penso anche a voi due. Siete appena, se non conto male, tra i trentadue e i trentaquattro anni e avete già l'aria di vecchi annoiati, scettici. Mi domando perciò seriamente che senso abbia l'insegnare. Voi capite che per me non è una domanda oziosa. Un povero uomo che sia vissuto con l'idea di fare uso decente della propria vita, arrivato a un compleanno come quello di oggi, non può mica evitare di chiedersi: "Be', che risultati hai ottenuto? Che frutti ha dato il tuo insegnamento?"». «La scuola non è la vita, caro don Benedetto» disse Concettino. «Nella scuola si sogna, nella vita bisogna adattarsi. Questa è la realtà. Non si diventa mai quello che si vuole». «Come?» disse Nunzio in tono ironico all'indirizzo del suo amico. «Parla così un attivista? Un tifoso di Nietzsche?». «Lascia stare la letteratura» disse Concettino. «Ora parlavamo sul serio». I. Silone, Vino e pane, Mondadori, Milano 1994 (prima ed. 1955)

Con riferimento al Testo 2, rispondi alla seguente domanda.  Quale rapporto lega don Benedetto a Nunzio e Concettino?
 

preside/personale scolastico

docente/allievi 

sacerdote/fedeli 

padre/figli 

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