• Domanda n.
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Testo 2

Leni Riefenstahl nasce nel 1902 a Berlino e, come tante bambine, vuole fare la ballerina ma, come poche bambine, ci riesce. Un infortunio la costringe a smettere, le capita così di fare l’attrice. Ha ventiquattro anni, e si accorge di voler fare la regista. È un successo. Guidata dall’ammirazione per Franck, per Murnau, per Lang, con rigore e passione si inventa il mestiere, sperimentando costantemente per ottenere gli effetti e le immagini desiderati. La Agfa studiò una pellicola apposita per consentirle di realizzare le riprese notturne del suo primo film: Das blaue Licht (conosciuto come La bella maledetta), Effetto notte quarantun anni prima. Suo anche un primato di realismo, riconosciutole dallo stesso Rossellini: fu la prima a girare scene di interni senza ricorrere ai teatri di posa. Nel 1936 il ministro della Propaganda le dà carta bianca per realizzare il film sulle Olimpiadi di Berlino e il feldmaresciallo Leni organizza una squadra di centosettanta persone, trenta macchine da presa e dispone di fondi pressoché illimitati. Il controllo del dettaglio è ossessivo, cura personalmente tutte le inquadrature, manda gli operatori a riprendere ogni gara sportiva per i sei mesi che precedono l’inizio delle Olimpiadi, anche senza pellicola, solo per acquisire dimestichezza con i movimenti. Si concede così di inventare quelli che diventeranno gli standard per il business più remunerativo della televisione a venire: gli eventi sportivi. Le fosse per le riprese dal basso, i carrelli a bordo pista, le camere a 48 fotogrammi, gli obiettivi da 600 mm, le riprese subacquee cambiarono per sempre il modo di vedere lo sport. E per accompagnare queste immagini preferì Wagner ai commenti dei cronisti, che sono ridotti al minimo. “La volontà non potevo descriverla con l’ottica, quella dovevo rappresentarla con la musica”, afferma. E lo si vede chiaramente nella maratona, o nella straordinaria sequenza dei tuffi montata a velocità diverse, in parte anche all’inverso con i tuffatori che vanno verso l’alto come fossero degli uccelli che si librano nell’aria. Leni impiegò due anni per trasformare quei 40mila metri di pellicola in un film che non fosse un documentario sull’evento ma un’opera che funzionasse in sé, che raccontasse lo “spirito olimpico” più che le Olimpiadi. Ed è per questo che Leni non ha nulla a che vedere col Reich. Riccardo Culotta, in “Artedossier”, n. 246, luglio-agosto 2008.

Con riferimento al Testo 2, rispondi alla seguente domanda.  Perché Leni interrompe la carriera di ballerina?

Un infortunio la costringe a smettere 

I genitori erano contrari allo sport

Decide di fare l’attrice 

È più forte il sogno di diventare regista 

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