• Domanda n.
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Testo 2

L’idea che esistano le razze è uno stereotipo tipico della civiltà occidentale. Esso nacque tanto tempo fa, in una stalla. Circa nove secoli fa, infatti, i normanni avevano impiantato in Italia meridionale dei famosi allevamenti di cavalli, che chiamavano arazie. Proprio da questa parola è derivato il termine “razza”, che vuol dire, perciò, allevamento. Un animale è di razza quando ci dà la garanzia che tutti i suoi discendenti avranno sempre le stesse caratteristiche, quali il colore del pelo, l’altezza, la velocità, ecc. Queste caratteristiche si chiamano fenotipi (caratteri visibili); essi si possono effettivamente consolidare per gli animali e le piante. Perciò, gli allevatori, con incroci ben azzeccati, riescono a produrre sempre nuove razze di cani e di canarini, o di rose e fagioli. Per gli esseri umani, invece, è inutile tentare di stabilizzare un numero di fenotipi sufficienti a costituire una razza, poiché il patrimonio genetico della specie umana è infinitamente più ricco di quello degli animali. I capelli o il colore della pelle, per esempio, sono solo due caratteri secondari rispetto a miliardi di altri caratteri decisivi, come il gruppo sanguigno, la resistenza a certe malattie, la capacità di digerire certi cibi ecc. Selezionare una razza umana, dunque, è un’impresa così assurda che non passò mai per la testa degli allevatori medievali (e perché mai avrebbero dovuto considerare gli uomini alla stregua di bestie, e creare un popolo fatto di individui tutti uguali?).  Il razzismo è un’idea moderna, che nacque proprio dalla paura e dalla diffidenza che i popoli dell’Europa occidentale provarono quando scoprirono, nei nuovi continenti, la grande varietà della specie umana. Fino al Cinquecento, infatti, gli europei erano abituati a pensare che i popoli della Terra fossero unicamente cristiani, ebrei, arabi e neri  africani, come leggevano nella Bibbia. Ma quando entrarono in contatto con i mille e mille popoli americani, africani, asiatici e oceanici, ciascuno straordinariamente differente dall’altro, furono costretti ad ammettere che il loro vecchio schema, così semplice e comodo, non funzionava più. Perciò elaborarono una nuova teoria, il razzismo, appunto: l’umanità venne “divisa” in razze – bianchi, neri, rossi, olivastri, gialli – disposte in ordine gerarchico, con i bianchi europei in cima, in posizione dominante.  Il mondo risultò in questo modo più ordinato e questo ordine rassicurò gli europei, a scapito degli altri popoli. Nel Novecento, la biologia ha dimostrato che non esistono razze umane. E – come pure la storia – ha mostrato che gli esseri umani evolvono in continuazione, cioè cambiano a seconda dei tempi e dei luoghi, e non possono stabilizzarsi come gli animali. Se lo fanno, la loro cultura si fossilizza e, dopo un po’, decade e sparisce. Ma, come accadde per lo stereotipo dei nomadi presso i sumeri, le prove contrarie non hanno distrutto lo stereotipo della razza. Anzi, proprio nel nostro secolo esso è stato rivitalizzato con una violenza inaudita, producendo il più grande genocidio della storia. Ancora oggi esso continua a rassicurare quelli che ci credono. Antonio Brusa, Le storie del mondo, le società preindustriali, vol.1, Bruno Mondadori, Milano 1999

Con riferimento al Testo 2, rispondi alla seguente domanda. Secondo l’autore del testo il razzismo è un’idea nata:

intorno all’anno Mille, quando i Normanni impiantarono nell’Italia meridionale alcuni allevamenti di cavalli 

dopo il Cinquecento, quando gli europei entrarono in contatto con popoli molto diversi tra loro e da quelli fino ad allora conosciuti 

nel Novecento, quando gli europei compresero che la razza bianca occupava una posizione dominante rispetto a tutte le altre razze umane 

nel Medioevo, quando gli allevatori riuscirono a produrre nuove razze di animali e piante
mediante incroci ben azzeccati

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