• Domanda n.
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“(...) leggendo recentemente la notizia che in un liceo scientifico gli scolari hanno giurato di non copiare  (…) mi sono chiesto se le forme in cui questo lodevole spirito si è espresso (affermando valori quali l’impegno e la lealtà) siano proprio quelle giuste.
Anzitutto copiare (in primo luogo far copiare) è un dovere, un’espressione di quella lealtà e di quella fraterna solidarietà con chi condivide il nostro destino (poco importa se per un’ora o per una vita) che costituiscono un fondamento dell’etica. Passare il bigliettino al compagno in difficoltà insegna a essere amici di chi ci sta a fianco e ad aiutarlo pure a costo di rischi, forse anche quando, più tardi, tali rischi, in situazioni pericolose o addirittura drammatiche, potranno essere più gravi di una nota sul registro.
Chi, sapendo un po’ più di informatica o di latino di quanto non ne sappia il suo compagno di banco,
non cerca di passargli il compito, resterà probabilmente per sempre una piccola carogna (il termine più appropriato sarebbe veramente un altro, più colorito e disdicevole) e magari si convincerà che quel voto in più sulla sua pagella, casuale e precaria come ogni pagella, sia chissà che cosa: ossia, diventerà un imbecille.
Se agli scolari tocca copiare, agli insegnanti ovviamente tocca impedirlo, e il gioco va bene se ognuno
fa ciò che gli spetta, senza bollare la copiatura come un crimine e senza rivendicarla come un diritto
contro la repressione scolastica. Le cose si guastano invece quando tutti vogliono fare tutto e la scuola, o l’esistenza intera, diventa un Comitato universale permanente, in cui i docenti esortano gli alunni a manifestare la loro creatività rifiutandosi di studiare e gli alunni si mettono al posto dei docenti per rinnovare pedagogicamente la scuola, anziché marinarla ogni tanto, o lamentano che in classe non si leggano autori contemporanei, come se la scuola fosse una mucca da cui succhiare ogni latte e non fosse possibile leggere qualcosa per conto proprio.
In questo non ci si diverte più, come non ci si divertirebbe a scopone se ogni giocatore, anziché cercare di far scopa, primiera e settebello, cercasse di far vincere gli altri per evitar loro frustrazioni. E se non ci si diverte si impara poco, perché le cose da apprendere (…) diventano pesanti doveri da assolvere o contestare, e comunque di cui sbarazzarsi appena possibile.”

                                                   Da: Claudio Magris, “L’elogio del copiare”,Corriere della sera, 28/1/99
Dalla lettura dell’articolo di Magris alcuni studenti di liceo hanno tratto conforto per le loro rivendicazioni. In realtà però UNA SOLA delle esigenze da loro espresse e qui elencate trova conferma nel testo citato:

comunque, tollerante o rigida, la scuola non potrà lasciare una traccia per la vita se non si
deciderà a dare uno spazio prevalente alla conoscenza della cultura contemporanea

la solidarietà con coloro che condividono la nostra sorte può richiedere coraggio, ed è bene che
ci si educhi a praticarla a scuola

è diseducativa quindi una scuola in cui gli insegnanti scoraggino la pratica del“comunicare” e
cerchino in tutti i modi di osteggiarla

a scuola ci si può anche divertire, se ciascuno fa la propria parte senza rigidezza moralistica e
senza supponenza: si imparerà meno, ma si starà meglio insieme

hanno ragione gli studenti che considerano intollerabilmente repressive e contestano come
antipedagogiche le tecniche volte a impedire la copiatura

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