• Domanda n.
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Brano

Leggere il brano e rispondere a ogni quesito solo in base alle informazioni contenute (esplicitamente o implicitamente) nel brano e non in base a quanto il candidato eventualmente conosca sull'argomento.
Consolidare gli strumenti che permettono ai disabili di ridurre le forme di distanza materiale, psichica e sociale è uno degli obiettivi principali dell’azione educativa e i risultati sono tangibili in vari campi. Ma, parallelamente, si rendono necessari nuovi paradigmi per permettere, al di là degli aspetti strumentali, la piena integrazione di tutti nell’educazione e nel sociale. Le specificità di alcune attività destinate ai disabili non devono essere differenti da quelle dell’insegnamento di una lingua straniera a chi non la conosce. Da qui l’importanza della comunicazione e dell’integrazione permanente di tutti gli studenti, così come dei professori con o senza competenze specifiche nel campo della disabilità. Forse le nuove tecnologie di cui dispone oggi l’educazione conoscono migliori risultati nel mondo della disabilità anziché nei sistemi educativi. Le necessità obbligano chi lavora nel mondo della disabilità a essere più creativo rispetto a chi lavora nel sistema scolastico. Com’è stato storicamente per la pedagogia, così è oggi per la tecnologia dell’educazione: la disabilità spinge ricercatori ed educatori a trovare soluzioni che attingono dalla pedagogia e dalla tecnologia dell’educazione. La rivoluzione più importante da prevedere, e la più difficile, è di ordine culturale in vista anche del recupero, eventuale, delle tradizioni d’integrazione, che le società industriali hanno progressivamente dimenticato. Nelle società tradizionali, i disabili ricevevano, e ricevono ancora, un’accoglienza e un rispetto che bisognerebbe reintrodurre nelle società industriali, postindustriali e di postservizi. Questa rivoluzione culturale si accompagna a una forte resistenza alla competizione che sembra essere diventata il punto focale della nostra società e che produce, su un piano virtuale, un numero infinito di disabili: i perdenti della competizione. Si diventa “disabili” perché si è contratta una malattia, perché si è vecchi, perché si è perso il proprio appartamento, e non si può più far ricorso alle comunità tradizionali che erano ben più solidali di fronte a tali forme di miseria umana. Non si tratta di accettare il disabile come “diverso”, ma di trovare soluzioni per ridurre le difficoltà provocate dalla disabilità. La cultura dell’inclusione deve interessare in primo luogo educatori-guida, medici e allenatori sportivi; tuttavia, se il paradigma è quello della “competizione”, la scommessa è persa in anticipo. Il diritto al tempo libero e al divertimento è considerato a volte superfluo, come se la disabilità diminuisse i desideri, e qui, ancora, si deve condurre una rivoluzione culturale. In una società in cui si impone il tempo libero come un prodotto commerciale, si perde il gusto del divertimento, che non obbedisce alla logica per la quale si produce “tempo libero” e i disabili sono i primi a soffrire in una società alienata. Nelle società contemporanee, dove il tempo libero aumenta, è importante che la disabilità non sia un’occasione per separare e per escludere gli uni dagli altri. 

Il brano è verosimilmente tratto da:

un manuale di storia contemporanea 

una rivista di etnografia 

un articolo relativo al volontariato ambientale 

un testo di pedagogia
 

un periodico generalista

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