Dante può essere considerato come la sintesi della cultura medievale, un uomo che è immagine dell’Italia comunale tra XIII e XIV secolo. Tra le opere teoriche che egli scrisse il “De Monarchia” fornisce uno scorcio di quello che è stato il Dante politico.
Il poeta nacque a Firenze in una famiglia della piccola nobiltà: una fascia sociale che per stile di vita e disponibilità economica era più vicina ai mercanti, agli artigiani aristocratici e non feudale.
Essa non partecipò in maniera significativa al grande moto di sviluppo economico che si produsse nel 1200 e per prima viene politicamente emarginata dall’ascesa delle ricche famiglie imprenditoriali, si crea una nuova classe dirigente, la borghesia. La borghesia si andò organizzando sempre più come un’oligarchia. La posizione storica di Dante appariva in bilico tra l’impegno per rendere migliore il presente, la vita politica e civile del comune e il rimpianto per il passato.
Dante tendeva ad idealizzare quel periodo della vita di Firenze precedente all’esplosione economica della città, quelle generazioni che avevano saputo dare vita ad una classe dirigente nella quale antica nobiltà e nuovi imprenditori si fondevano e governavano insieme in una città non ancora definita grande. In questo contesto storico Dante puntava il suo indice accusatore contro quello che gli sembrava la sua epoca, la ricerca affettuosa e spregiudicata di ricchezze, non dimostrando alcun dubbio che fosse l’avarizia  il peccato che distruggeva la collettività.
Secondo il poeta l’uomo deve ambire a due obiettivi: la felicità terrena che consiste nel coltivare le proprie virtù attraverso gli insegnamenti filosofici e la felicità della vita eterna per mezzo delle virtù teologiche, fede, speranza, e carità. Ma Dante vedeva la fine della solidarietà cristiana che aveva fino a poco tempo prima retto la società e le comunità: è l’abbandono degli ideali e dei valori più autentici, il tramonto e la decadenza della società civile. Papato ed impero agli inizi del Trecento erano in crisi. Dante concepì il suo progetto politico, ed insieme utopico, di restaurazione della società civile fondata sulla presenza e convivenza delle due istituzioni universali. Il poeta le concepiva come due guide che dovevano far uscire il genere umano dalla cupidigia accompagnandolo in quelle che erano le mete precedentemente illustrate. Rispettivamente il Pontefice come guida dell’uomo nel suo percorso spirituale, avvalendosi delle verità rivelate, e l’Imperatore, attraverso la ragione, indirizzandolo verso la felicità terrena.
Perché si realizzasse tale progetto, Dante riteneva necessaria una pace universale che poteva derivare, a sua volta, solo dalla presenza di una monarchia universale. Così come Dio governava unico e solo l’universo, allo stesso modo il monarca sarebbe stato l’unica autorità temporale alla quale assoggettare gli altri poteri politici. Il mondo terreno per Dante era quindi immagine dell’al di là. Se così fosse stato il potere dell’imperatore poteva venire solo da Dio e non esistevano intermediari. Non potevano, quindi, esistere elettori, ma chi si definiva tale era solo un rivelatore della provvidenza divina. Secondo questa teoria era falsa la concezione di coloro che vedevano il potere temporale dell’imperatore dipendente dal Papato.
Il potere temporale voluto da Dio era legittimato e conferito dall’imperatore tramite il Papa; Dante si poneva al di fuori di quelle correnti di pensiero politico più avanzate e moderne, che all’inizio del Trecento si professavano totalmente laiche sulla natura del potere monarchico e sulla legittimazione di esso. Si iniziava a mettere in dubbio che il potere fosse una concessione di Dio e la realtà lo dimostrava: la possibilità di governare una comunità era condizionata dalla capacità di controllare ceti sociali, gruppi di potere e membri economici.