Le università iraniane sono da sempre luoghi di fermento e dibattito, ma negli ultimi tempi le proteste degli studenti che hanno manifestato il loro dissenso verso il governo e le autorità politiche si sono fatte molto più accese. Per questo, il governo iraniano ha adottato una linea dura nei confronti delle manifestazioni, ed in particolare nei confronti dei docenti che si rifiutano di punire i loro studenti per aver partecipato alle proteste o che sono considerati dissidenti. Di fatto, ha bloccato o tagliato gli stipendi dei docenti delle università iraniane.

I docenti italiani denunciano le istituzioni e le associazioni internazionali

Alla luce di questo e della recente notizia relativa al fatto che le donne non potranno più frequentare le università, 200 professori italiani (e due europei), hanno deciso di sottoscrivere un appello (che funge da denuncia) con lo scopo di sottolineare lo scarso attivismo da parte delle istituzioni e delle organizzazioni internazionali su quanto sta accadendo (soprattutto alle donne) in Afghanistan ed Iran, dove sono ancora oggi vittime di abusi, crimini e indicibili violenze. Vediamo nel dettaglio cosa recita l’appello:

“La notizia diffusa dai telegiornali nazionali che da oggi in Afghanistan le donne non potranno più andare all’università è l’ennesima scandalosa violazione dei diritti fondamentali ai danni delle donne. Si aggiunge alla vergognosa e sanguinaria repressione che il regime dittatoriale iraniano sta attuando colpendo ancora una volta principalmente le donne, torturate e uccise senza alcuna pietà. Condanniamo duramente e senza appello quanto sta accadendo sia in Afghanistan sia in Iran, ma anche il silenzio quasi totale delle Organizzazioni internazionali e sovranazionali e delle Istituzioni tutte che non intervengono in alcuna maniera affinché si ponga fine a questo scempio”.

Le proteste dei professori iraniani ed afgani

Chi non tace è invece chi è strettamente coinvolto in tali soprusi. Il governo ha bloccato gli stipendi di molti docenti universitari che si sono opposti alle politiche del regime o che hanno espresso solidarietà verso gli studenti in protesta. Questa decisione, oltre a creare difficoltà economiche per i docenti interessati, rappresenta una grave violazione della libertà di espressione e di pensiero, che dovrebbero essere garantiti in ogni paese democratico.

Tra le proteste dei docenti si segnala quella di un professore afgano che, durante una diretta televisiva, ha strappato i suoi diplomi in quanto l’Afghanistan “non è un posto per fare istruzione“  e come gesto di solidarietà nei confronti delle donne alle quali viene negato il diritto alla studio. In Iran, invece, la testimonianza di una professoressa alla Facoltà di arti dello spettacolo e della musica dell’Università di Teheran, Azin Movahed, che ha dichiarato: “Mi hanno tagliato lo stipendio perché mi sono rifiutata di tenere lezioni ai miei studenti e ho permesso loro di scendere in strada a protestare”. A questo si aggiungono le oramai all’ordine del giorno sentenze di condanna a morte per i manifestanti.

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