Al termine del suo discorso Matelda

proseguì, cantando come donna innamorata: « Beati coloro ai quali sono cancellati i peccati! » (cfr. Salmo XXXII, 1)
E come

le ninfe che se ne andavano solitarie sotto l’ombra delle selve, desiderando le une di vedere, le altre di evitare i luoghi

soleggiati,
la donna allora si mosse in direzione contraria alla corrente del fiume, camminando lungo la sponda; ed io

procedetti alla pari con lei (dall’altra parte), accordando i miei ai suoi passi brevi.
In due non avevamo ancora fatto

cento passi, quando le sponde svoltarono formando lo stesso angolo in modo che (seguendo la curva) di nuovo mi volsi verso

levante.
Non avevamo ancora percorso molta strada in quella direzione, quando la donna si volse verso di me con tutta la

persona, dicendo: « Fratello mio, guarda e ascolta ».
Ed ecco una luce improvvisa balenò da ogni parte nella grande foresta,

tale, che mi fece dubitare che fosse un lampo.
Ma siccome il baleno, appena giunto, cessa, e invece quello, perdurando,

splendeva sempre più, dentro di me dicevo: «Che cosa è mai questo? »
Intanto per l’aria luminosa si diffondeva una dolce

melodia; per la qual cosa un giusto sdegno mi indusse a biasimare l’ardimento di Eva,
la quale proprio là (nel paradiso

terrestre) dove la terra e il cielo ubbidivano (alla volontà di Dio), donna sola e creata soltanto allora, non sopportò di

stare sotto il velo (che limitava la sua conoscenza del bene e del male);
se fosse stata sottomessa a quel velo, io avrei

gustato quelle ineffabili delizie fin dalla nascita e per lunghissimo tempo (più lunga fiata: per tutta la durata della

vita).
Mentre io procedevo totalmente assorto in tante anticipazioni della beatitudine celeste, e desideroso inoltre di

maggiori gioie,
davanti a noi l’aria sotto i verdi rami si fece rosseggiante, come viva fiamma; e la dolce melodia già si

distingueva composta di canti.
O sacrosante Muse, se talvolta per amor vostro ho sofferto fami, freddi o veglie, un alto

motivo mi spinge ad invocare il vostro aiuto.
Ora è necessario che il monte Elicona (sede delle muse) effonda per me

l’acqua delle sue fonti (Aganippe e Ippocrene), e che la musa Urania (simbolo della scienza delle cose sovrannaturali) mi

aiuti con le sue compagne a mettere in versi cose difficili anche solo a pensarsi,
Poco più avanti, il grande tratto di aria

che ancora correva tra noi e il punto dove erano le apparizioni, faceva falsamente apparire l’immagine dì sette alberi

d’oro;
ma quando mi fui avvicinato ad essi tanto, che la loro figura, la quale (come ogni corpo soggetto alla loro

percezione) può ingannare i sensi, per la distanza (abbreviata) non nascondeva più nessuna sua caratteristica,
la facoltà

percettiva che prepara alla ragione la materia su cui può esplicare la sua attività, vide chiaramente che essi erano

candelabri, e distinse nelle voci del canto la parola « osanna».
Nella parte superiore l’insieme dei candelabri

fiammeggiava assai più luminoso della luna piena (quando splende) nell’aria limpida nel cuore della notte a metà del mese

lunare.
Io mi rivolsi pieno di meraviglia al valente Virgilio, ed egli mi rispose con uno sguardo non meno stupito del

mio.
Poi volsi di nuovo gli occhi a quegli oggetti mirabili che si muovevano verso di noi così lentamente, che sarebbero

stati superati anche dal lento passo delle spose novelle (nel corteo nuziale, o quando la sposa lascia la casa paterna o quando

entra in chiesa).
La donna mi rimproverò: « Perché guardi con tanto ardore soltanto lo spettacolo delle vive luci (dei

candelabri), e non guardi quello che viene dietro ad esse? »
Allora vidi figure biancovestite seguire i candelabri, quasi

questi fossero le loro guide; e qui sulla terra non ci fu mai un candore pari a quello delle loro vesti.
Al mio lato

sinistro l’acqua (del Letè) risplendeva (per la luce dei candelabri), e se io mi volgevo a guardarla, mi rimandava anche, come

uno specchio, l’immagine della parte sinistra del mio corpo.
Quando dalla riva dove mi trovavo arrivai a una posizione

tale, che solo il fiume mi separava dal corteo, fermai i miei passi per poter osservare meglio,
e vidi che le fiamme dei

candelabri procedevano in testa (alla processione), lasciandosi dietro l’aria colorata, e sembravano strisce tracciate da

pennelli mossi (sopra una tela);
sicché l’aria sovrastante rimaneva segnata da sette liste, tutte formate da quei colori

con i quali il sole crea l’arcobaleno e la luna (Delia: così viene chiamata Diana, la luna, essendo nata nell’isola di Delo)

il suo alone.
Questi stendardi (formati dalle strisce luminose) si stendevano indietro oltre quanto poteva giungere la mia

vista; e, a mio avviso, i due stendardi esterni distavano l’uno dall’altro dieci passi.
Sotto un cielo cosi bello come io

lo descrivo, procedevano ventiquattro seniori, a due a due, coronati di gigli.
Tutti cantavano: «Benedetta tu tra le figlie

di Adamo, e benedette siano in eterno le tue bellezze! »
Dopo che lo spazio fiorito e pieno di tenere erbette sull’altra

sponda di fronte a me fu lasciato libero da quelle elette persone (che erano andate innanzi),
così come nella rotazione

celeste una costellazione segue un’altra, dietro di loro sopraggiunsero quattro animali, ciascuno dei quali era coronato di

verdi fronde.
Ognuno era fornito di sei ali; le penne erano cosparse di occhi; e gli occhi di Argo, se fossero ancora vivi,

sarebbero altrettanto penetranti.
Non sprecherò più versi, lettore, per descrivere il loro aspetto, perché mi incalza la

necessità di spendere parole per un altro argomento, cosicché non posso indugiare in questo;
ma leggi Ezechiele che li

descrive come li vide venire da settentrione con vento e con nubi e con fuoco;
e come li troverai nei passi del suo libro,

tali erano qui, tranne che riguardo al numero delle ali Giovanni concorda con me e dissente da Ezechiele.
Lo spazio che

restò tra i quattro animali accolse un carro trionfale, a due ruote, il quale veniva trascinato legato al collo di un

grifone.
Esso protendeva verso l’alto entrambe le ali, le quali passavano tra la lista mediana e i due gruppi delle tre

liste laterali, cosicché, fendendo (l’aria), non ne toccava nessuna.
Salivano così in alto che non era possibile seguirle

con gli occhi; le membra di quella parte del corpo che aveva l’aspetto dell’aquila d’oro, e le altre erano bianche, soffuse

di colore vermiglio.
Non solo Roma non onorò con un carro così sontuoso l’Africano, o Augusto, ma perfino il carro del sole

apparirebbe povero in confronto a questo:
il carro del sole che, essendo uscito dalla sua strada, fu incendiato in seguito

alle fervide preghiere della Terra, quando Giove mostrò la sua imperscrutabile giustizia.
Accanto alla ruota destra tre

donne procedevano danzando in tondo: la prima appariva tanto rossa che a stento sarebbe stata visibile nel fuoco;
la seconda

era di un colore verde, come se le sue carni e le sue ossa fossero state fatte di smeraldo; la terza appariva bianca come neve

appena caduta;
ed ora sembravano guidate nella danza da quella bianca, ora da quella rossa; ma solo dal canto di

quest’ultima le altre regolavano il ritmo ora lento e ora veloce.
Intorno alla ruota sinistra facevano festa (danzando)

quattro donne, vestite di un abito del colore della porpora, regolando il ritmo sotto la guida di una di loro che aveva tre

occhi nella testa.
Dopo tutto il gruppo ora descritto scorsi due vecchi diversi nell’abito, ma simili nell’atteggiamento

dignitoso e grave.
Il primo rivelava (nell’abito) di essere uno dei seguaci di quel sommo Ippocrate che la natura creò per

gli uomini, gli esseri viventi che essa ha più cari;
il secondo, portando in mano una spada lucente e aguzza, mostrava di

esercitare un’attività contraria a quella del medico, ed era tale, che mi fece paura, pur trovandomi al di qua del

fiume.
Poi vidi quattro personaggi in atteggiamento di umiltà; e dietro a tutti avanzava un vecchio solo, con gli occhi

chiusi, e un viso pieno di penetrante espressività.
E questi ultimi sette personaggi erano vestiti di bianco come quelli

della prima schiera (col primaio stuolo: i ventiquattro seniori), ma intorno al capo non avevano una ghirlanda (brolo:

significa propriamente “orto”. “giardino”) di gigli,
bensì di rose e di altri fiori vermigli: un occhio che li avesse

osservati ad una certa distanza avrebbe giurato che essi ardessero al di sopra dei cigli.
E quando il carro (sempre

rimanendo sull’altra sponda) fu giunto davanti a me, si udì un tuono, e fu chiaro che a quelle sante figure era vietato

procedere oltre,
poiché si fermarono qui insieme ai sette candelabri.