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  • Scritto da: Redazione StudentVille.it

Tema sul lavoro ieri e oggi

TEMA SUL LAVORO IERI E OGGI. Il tema sul lavoro è una delle classiche tracce assegnate dai prof di italiano. Il tema può riguardare diversi aspetti, in quanto, soprattutto recentemente, sono diverse le problematiche riguardanti il lavoro e la disoccupazione, ed su questo frangente è utile analizzare la differenza del lavoro di ieri e di oggi. Ecco allora un tema svolto sul lavoro di ieri e oggi: prendete spunto!

Leggi la nostra guida: Come scrivere un tema

TEMA SUL LAVORO IERI E OGGI: INTRODUZIONE. Il mondo del lavoro cambia progressivamente con il cambiare della società e dei suoi valori: sappiamo tutti che per acquistare beni di consumo (dal cibo al cellulare) bisogna avere del denaro e che per avere quest’ultimo è necessario lavorare, cioè praticamente vendere quello che siamo in grado di fare, qualsiasi cosa sia, a qualcuno che lo compra.

TEMA SUL LAVORO OGGI: SVOLGIMENTO. Quello che però più marca la differenza tra il mondo del lavoro attuale e quello dei nostri genitori e dei nostri nonni è il tipo di individuo (e quindi di società) che ne deriva: se una volta il lavoro aveva una dignità e la conferiva a chi lo svolgeva oggi sempre più spesso si assiste a uno svilimento del lavoratore e quindi del lavoro. Pensiamo per esempio a tutti coloro che si sono specializzati per un lavoro preciso, o che hanno studiato anni per svolgerlo: queste persone più spesso che no si ritrovano a fare lavori per i quali sono poco formati e in cui vengono sfruttati. Il lavoratore medio invece di considerare il proprio mestiere come qualcosa che lo connota lo vive come un espediente per arrivare a fine mese cosa che, con l’inflazione attuale, non è un’impresa semplice. Da un lavoratore che si considera fortunato ad avere un lavoro deriva poi un comportamento da parte del datore di lavoro che poco ha a che vedere con la posizione di chi compra qualcosa che gli serve, come dicevamo all’inizio. Chi assume oggi sa di avere il coltello dalla parte del manico e sono molti i casi di datori di lavoro che ricattano i lavoratori non fornendo loro le tutele che spetterebbero a chi svolge un mestiere, dai caschetti protettivi per chi sta sui ponteggi, alla malattia e le ferie pagate, alle tutele per le donne incinte. L’Italia, tra gli anni ’60 e ’70 ha vissuto un periodo di grandi rivendicazioni dei diritti, tra gli altri, dei lavoratori, ma dagli anni ’80 in poi questi diritti sono stati più o meno silenziosamente cancellati o pervertiti al punto che è difficile ora riconoscerne le tracce. Assunzioni in nero, licenziamenti senza giusta causa e orari “ad libitum” sono alcuni degli esempi che è possibile fare e che si ritrovano nel percorso di ogni giovane lavoratore. Inoltre, a differenza di quanto succedeva in questi “anni d’oro” del movimento italiano, ogni persona che lavora si percepisce come profondamente sola: sappiamo tutti che possiamo rischiare, se rivendichiamo troppo, di “rimanere a casa” perché c’è sempre qualcuno disposto a fare lo stesso lavoro per meno e invece di riunirci tutti e di andare a chiedere conto dello sfruttamento subìto preferiamo guardarci dai nostri pari con sospetto e continuare a tirare avanti.
Facciamo ora l’esempio di un medico: negli anni ’70 un giovane specializzando aveva la certezza di trovare un lavoro, anche se certo approdare alla facoltà di medicina non era facile per tutti e gran parte di questa possibilità risiedeva nelle risorse economiche di cui disponeva la famiglia e nei risultati scolastici dello studente. Una volta trovato un lavoro, spesso nell’ospedale in cui aveva condotto la sua specializzazione, il nostro giovane medico si sarebbe sposato (o sarebbe andato a convivere) e avrebbe vissuto in una casa in affitto, crescendo dei figli nel poco ma stabile tempo libero e assicurandosi una pensione basata sul grado raggiunto all’interno dell’ospedale. I figli di questo medico però avrebbero affrontato un mondo del tutto diverso: un’ipotetica figlia femmina che avesse deciso di seguire le orme paterne si sarebbe probabilmente ritrovata a dover cercare disperatamente una specializzazione qualunque, diversa quindi da quella che le sue attitudini e i suoi desideri le avrebbero indicato, in qualsiasi regione d’Italia o in qualsiasi paese del mondo, finita la quale si sarebbe comunque trovata con il problema di cominciare effettivamente a lavorare e scontrandosi con un muro di raccomandazioni e concorsi truccati. La nostra ipotetica dottoressa a quel punto avrebbe forse potuto trovare un impiego in una clinica privata con un contratto rinnovabile di sei mesi in sei mesi, lavorando ben oltre l’orario ufficiale, rispondendo a mail provenienti dai superiori anche nel cuore della notte o nel giorno di riposo e senza avere alcuna garanzia di ritrovare il proprio posto di lavoro una volta terminata la gravidanza e messo al mondo il bambino che imprudentemente avrebbe potuto decidere di avere. E sarebbe stata comunque messa meglio di tanti altri.
La concezione del lavoro è davvero cambiata, quindi: se prima era visto come qualcosa che strutturava e rendeva possibile una vita stabile ora permette al massimo un presente ristretto e precario per la stragrande maggioranza dei giovani lavoratori del nostro paese, cui viene richiesto di reinventarsi continuamente e di abbandonare un’idea di famiglia entro tempi accettabili, gettando un’ombra inquietante sul futuro quando si comincia a pensare alla pensione, che per gli anziani di domani non è affatto garantita vista l’esiguità dei contributi (determinata dalle fin troppo frequenti irregolarità nell’assunzione) e l’età in cui avviene l’ingresso nel mondo del lavoro. Questo momento infatti viene sempre più posticipato non solo per via della difficoltà di reperire un impiego ma anche perché davanti all’incertezza del mondo attuale i giovani tendono a rimanere con i genitori molto più a lungo, un po’ perché non vi sono i presupposti economici per favorirne l’uscita dal nido e un po’ perché la costante svalutazione delle risorse e delle capacità di tanti giovani finisce con il minarne l’autostima.

TEMA SVOLTO SUL LAVORO: CONCLUSIONE. In conclusione mi sembra che  il modello lavorativo attuale, che vede i lavoratori come ingranaggi separati gli uni dagli altri (e che forse rimane ancora in piedi proprio in virtù di questa solitudine), ha già da molto tempo dimostrato i suoi difetti e le sue conseguenze dannose sull’economia generale e ritengo che se vorremo invertire questa tendenza sarà necessario considerare la questione del lavoro partendo da una rivalutazione dell’essere umano.
 

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