Dopo Catone l’annalistica in greco scomparve. A questa trasformazione molto contribuì certamente la dura polemica del Censore, ma il vero motivo fu un altro. Ormai Roma non era più una delle tante potenze presenti nel bacino del Mediterraneo (un mondo in cui era diffusa una cultura internazionale d’impronta ellenistica), ma era ormai l’unica grande potenza. Tutto cominciava a ruotare attorno ad essa: non solo la politica internazionale, ma anche la cultura. Il prestigio internazionale della lingua latina cominciava a diffondersi, nonostante molti continuassero a dare per scontata la superiorità della lingua greca. Come possiamo osservare anche al giorno d’oggi, la diffusione di una lingua è come la cartina di tornasole della potenza politica e militare di una nazione.
Ricordiamo inoltre che sotto il pontificato di Publio Mucio Scevola (130-114) vennero pubblicati gli Annales maximi: anche questo contribuì certamente, fornendo abbondante materiale, alla straordinaria fioritura dell’annalistica latina in questo periodo. Chi decide di raccontare il passato, infatti, ha davanti a se un compito non facile. La pubblicazione degli Annales mette a disposizione dello storico un bene di valore inestimabile: gli archivi. L’accesso ai segreti degli archivi pontificali consente alI’ informazione non solo di essere conservata in luoghi sicuri, ma anche di essere continuamente vagliata e accresciuta. Lo storico, infatti, non si limita a “conoscere” una quantità di eventi e di riflessioni che hanno avuto luogo ben prima che egli nascesse, ma soprattutto si sforza di analizzare e confrontare le fonti, facendone scaturire ciò che, in assenza di confronti, esse non sarebbero mai state in grado di comunicare. La consultazione di fonti d’archivio è indice di una storiografia matura, frutto di una civiltà largamente basata sulla scrittura. Lo storico può andare ormai ben al di là delle leggende tradizionali, ma anche al di là dei propri ricordi o dei resoconti dei propri informatori.
Con tutto ciò, il mestiere dello storico resta pur sempre un mestiere complesso. Si hanno le fonti: ma come vagliarle? E soprattutto: come si “racconta” il passato? Con i colori della letteratura o con il grigiore della cronaca? Con le astuzie strategiche della retorica o con l’ingenuità del resoconto diretto? Anche a Roma si osservano fin dall’inizio varie tendenze.
Come abbiamo ricordato nel capitolo su Catone, la prima letteratura annalistica a Roma (quella di Fabio Pittore, Cincio Alimento e Postumio Albino) era scritta in greco. Il giudizio negativo del Censore fu una delle cause principali della rapida fine di tale esperimento. Ma l’annalistica non morì: già poco dopo la morte di Catone si trovano i più antichi annalisti in latino, che abbandonano il modello delle cronache locali ellenistiche e si rifanno invece al modello degli annali dei pontefici, risentendo inoltre fortemente dell’influsso catoniano. Lucio Cassio Emìna scrisse quattro libri di Annales, dalle origini di Roma al 146 a.C., condividendo con Catone l’interesse per le fondazioni di città. Lucio Calpurnio Pisone Frugi, console nel 133, avversario dei Gracchi, come Catone ricoprì la carica di censore, distinguendosi per la sua onestà (tanto da meritare l’appellativo di frugj, «onesto»): i suoi Annales, in sette libri secondo il modello catoniano, andavano come sempre dalle origini all’età contemporanea, ed erano caratterizzati dalla lode per le virtù degli avi e dal biasimo per la corruzione dei giovani.
Dall’influsso catoniano prese invece le distanze Gneo Gellio, forse avversario dello stesso Catone in un processo del 149. La sua novità sta nella grande estensione della trattazione, che superava di molto la misura catoniana: certamente i suoi Annales comprendevano più di trenta libri, forse addirittura un centinaio (un frammento è citato dal grammatico Carisio come tratto dal libro XCVll).
Degli altri annalisti di questo periodo sappiamo ancora meno. Di Gaio Sempronio Tuditano, console nel 129, ci è tramandato un titolo, Libri magistratuum, e pochi frammenti di argomento storico: si discute se essi possano far parte dell’opera sulle magistrature o se vadano ipotizzati gli Annales perduti. Per quanto riguarda gli Annales di Gaio Fannio, i dubbi coinvolgono l’identità stessa dell’autore: se cioè l’annalista vada identificato con l’oratore genero di Lelio e console nel 122. L ‘unica cosa certa che emerge dai suoi frammenti è l’ammirazione per Tiberio Gracco.
Altri due storici di questo periodo si distaccano invece dalla tradizione annalistica e introducono importanti novità di metodo. Celio Antipatro scrisse sette libri di Historiae dedicati interamente alla seconda guerra punica. Fu dunque il primo autore latino ad adottare il modello greco della monografia storica circoscritta ad un’unica guerra di importanza fondamentale: l’esempio più illustre era Tucidide, che aveva dedicato interamente le sue storie alla guerra del Peloponneso. Oltre che nella selezione del materiale, anche dal punto di vista stilistico Celio Antipatro segnò un completo rovesciamento di tendenza rispetto allo stile semplice e disadorno che l’annalistica precedente aveva ereditato dalla tradizione degli annali dei pontefici. Antipatro prese come modello lo stile della storiografia tragica ellenistica: la narrazione storica deve appassionare il lettore, usando uno stile ricercato, e ricorrendo al repertorio degli effetti tipici della tragedia Anche Sempronio Asellione contrappose nettamente una storiografia alla vecchia annalistica. Nel proemio delle proprie Historiae in quattordici libri, Asellione criticò duramente l’annalistica che si limitava a registrare gli eventi giorno per giorno senza indagare
le cause, le motivazioni che avevano spinto gli uomini ad agire. Per questo motivo, egli ritenne necessario indagare solo la storia recente contrapponendo anche terminologicamente annales, intesi come<>
Il gusto di Sisenna per il romanzesco si può cogliere anche in un’altra sua opera non storiografica: la traduzione delle Fabulae Milesiae di Aristide di Mileto. Si trattava di una raccolta di novelle piccanti, che ebbero uno straordinario successo, e fecero sentire il loro influsso nei romanzi di Petronio e Apuleio.
Contemporaneamente al fiorire dell’annalistica e della storiografia, si registra nell’età dai Gracchi a Silla la nascita di un genere storico di minore impegno formale: quella raccolta di appunti autobiografici che i Greci chiamavano upomnemata(l (hypomnemata) e i Romani commentarii. È un peccato non poter leggere più nulla, o quasi, di queste autobiografie. Avremmo potuto assistere direttamente alla nascita di qualcosa di molto importante all’interno della cultura romana (e per conseguenza, della nostra): la capacità di dire «io» in un racconto letterario elaborato; la costruzione di un discorso centrato non sul passato degli altri, ma su quello della persona che scrive. Se raccontare il passato di un popolo non è certo impresa facile, non è neppure facile raccontare se stessi e la propria vita.
Gli autori di questi commentarii sono tutti appartenenti al gruppo dei nobiles, che con queste opere intendevano rispondere alle critiche degli avversari: Marco Emilio Scauro, console ne1115, cercò di dissipare i sospetti di corruzione nella guerra giugurtina (Sallustio ne dà un ritratto impietoso); Publio Rutilio Rufo, console nel 105, volle dimostrare l’ingiustizia dell’esilio infertogli dai populares nel 92; Quinto Lutazio Catulo, più famoso come poeta, console nel 102, volle ribadire a sè il merito della vittoria nella battaglia ai Campi Raudii, di cui Mario si era attribuito il merito; lo stesso Silla scrisse dei commentari in greco, in cui il dittatore costruiva la propria leggenda, proclamandosi l’uomo voluto dal destino (del resto, si faceva chiamare Felix, «fortunato» ).