Et flora conveniunt (quis credere possit?) amori:

Flammaque in arguto saepe reperta foro:
Subdita qua Veneris facto de marmore templo
Appias expressis

aera pulsat aquis,
Illo saepe loco capitur consultus Amori,
Quique aliis cavit, non cavet ipse sibi:
Illo saepe

loco desunt sua verba diserto,
Resque novae veniunt, causaque agenda sua est.
Hunc Venus e templis,

quae sunt confinia, ridet:
Qui modo patronus, nunc cupit esse cliens.

Traduzione

Anche i Fori (chi

podrebbe crederlo?) sono adatti all’Amore, e proprio nel brusio del Foro si accende spesso la sua fiamma. Ai piedi del

marmoreo tempio di Venere, dove li ninfe Appiadi sferzano l’aria con zampilli d’acqua, là il giureconsulto spesso è da

Amore preso al laccio, e chi sa tutelare i clienti non tutela abbastanza se stesso. Là spesso, al facondo oratore viene a

mancare la parola: il caso è senza precedenti, e ora in discussione è la sua causa. Di lui Venere ride là vicino, dal suo

tempio: poco fa era avvocato, ora vuol diventare cliente.