Post Neronem Galbamque Othone ac Vitellio de principatu certantibus in spem imperii venit

iam pridem sibi per haec ostenta conceptam.

In suburbano Flaviorum quercus antiqua quae erat Marti sacra per tres

Vespasiae partus singulos repente ramos a frutice dedit haud dubia signa futuri cuiusque fati: primum exilem et cito arefactum

(ideoque puella nata non perennavit) secundum praevalidum ac prolixum et qui magnam felicitatem portenderet tertium vero instar

arboris. Quare patrem Sabinum ferunt haruspicio insuper confirmatum renuntiasse matri nepotem ei Caesarem genitum; nec illam

quicquam aliud quam cachinnasse mirantem quod adhuc se mentis compote deliraret iam filius suus. Mox cum aedilem eum C. Caesar

succensens curam verrendis viis non adhibitam luto iussisset oppleri congesto per milites in praetextae sinum non defuerunt qui

interpretarentur quandoque proculcatam desertamque rem p. civili aliqua perturbatione in tutelam eius ac velut in gremium

deventuram.

Prandente eo quondam canis extrarius e trivio manum humanam intulit mensaeque subiecit. Cenante rursus bos

arator decusso iugo triclinio irrupit ac fugatis ministris quasi repente defessus procidit ad ipsos accumbentis pedes

cervicemque summisit. Arbor quoque cupressus in agro avito sine ulla vi tempestatis evulsa radicitus atque prostrata insequenti

die viridior ac firmior resurrexit.

At in Achaia somniavit initium sibi suisque felicitates futurum simul ac dens Neroni

exemptus esset; evenitque ut sequenti die progressus in atrium medicus dentem ei ostenderet tantumque quod

exemptum.

Apud Iudaeam Carmeli dei oraculum consulentem ita confirmavere sortes ut quidquid cogitaret volveretque animo

quamlibet magnum id esse proventurum pollicerentur; et unus ex nobilibus captivis Iosephus cum coiceretur in vincula

constantissime asseveravit fore ut ab eodem brevi solveretur verum iam imperatore. Nuntiabantur et ex urbe praesagia Neronem

diebus ultimis monitum per quietem ut tensam Iovis Optimi Maximi e sacrario in domus Vespasiani et inde in circum deduceret; ac

non multo post comitia secundi consulatus ineunte Galba statuam Divi Iulii ad Orientem sponte conversam; acieque Betriacensi

prius quam committeretur duas aquilas in conspectu omnium conflixisse victaque altera supervenisse tertiam ab solis exortum ac

victricem abegisse.

Traduzione

Mentre Otone e Vitellio combattevano per il potere, dopo la morte di Nerone e di Galba, egli nutrì sulla conquista

dell’Impero una speranza già da tempo concepita, in seguito a questi prodigi: in una proprietà di periferia, dei Flavii, una

quercia secolare consacrata a Marte diede improvvisamente nuovi rami dal tronco per ognuno dei tre parti di Vespasia, segno

evidente del destino di ciascuno: il primo, esile, e subito secco – e così la figlia nata non visse più di un anno; il secondo,

solido e lungo, lasciava prevedere una grande prosperità; il terzo simile ad un albero. Per questo dicono che il padre, Sabino,

confermato per di più da un aruspice, comunicò alla madre che gli era nato un nipote imperatore; quella non fece altro che

scoppiare a ridere, meravigliandosi «che suo figlio già delirasse, mentre lei era ancora sana di mente». Più tardi, avendo

ordinato Cesare, infuriato per la mancata pulizia delle strade (LETT: per la cura non applicata a pulire le strade), che

Vespasiano, edile, fosse imbrattato di fango nelle pieghe della sua toga da alcuni soldati, non mancarono quelli che

interpretarono il fatto come se un giorno lo Stato, calpestato e abbandonato per alcuni perturbamenti civili, si sarebbe

rifugiato sotto la sua protezione e in un certo senso tra le sue braccia. Un giorno, mentre pranzava, un cane randagio gli

portò una mano d’uomo da un trivio e la depositò sotto la sua tavola; un’altra volta, mentre cenava, un bue da lavoro che

aveva scrollato il suo giogo, fece irruzione nella sala da pranzo e, messi in fuga i servitori, improvvisamente, come se fosse

sfinito, cadde proprio ai piedi di quello che riposava e gli presentò il collo. Per di più, in un terreno della sua famiglia,

un cipresso, abbattuto e completamente sradicato senza essere stato toccato da nessuna folgore, il giorno dopo si era

risollevato più verde e più solido. D’altra parte, in Acaia, egli sognò che un tempo di prosperità sarebbe cominciato per lui

e per i suoi dopo che fosse stato tolto un dente a Nerone; e accadde che, il giorno dopo, il medico, avanzando nell’atrio gli

fece vedere un dente che aveva appena tolto all’imperatore. In Giudea il responso delle sorti rassicurò lui che consultava l’

oracolo del dio Carmelo a tal punto da promettere che si sarebbe realizzato tutto quello che aveva pensato e concepito nella

sua mente, per quanto grande. E Giuseppe, uno dei nobili prigionieri, affermò con sicurezza, mentre lo portavano in prigione,

che sarebbe stato presto liberato da quello stesso, ormai imperatore. Da Roma si annunciavano ancora altri presagi: Nerone,

durante i suoi ultimi giorni, era stato avvertito in sogno di portar fuori dal suo santuario il carro di Giove Ottimo Massimo

per condurlo verso la casa di Vespasiano e di là nel circo; e non molto dopo, mentre Galba inaugurava i comizi del suo secondo

consolato, una statua del divino Giulio si era girata spontaneamente verso Oriente; per di più, sul campo di Bedriaco, prima

che si attaccasse battaglia, due aquile si erano battute al cospetto di tutti e, vinta una, ne era giunta da levante una terza

e aveva sottomesso la vincitrice.