TESINA MATURITÀ SUL DOPPIO, LO SPECCHIO, LA FOLLIA

La tesina sul doppio inizia con l'argomento Luigi Pirandello. Luigi Pirandello nacque il 28 giugno 1867. Il padre era stato garibaldino e dirigeva miniere di zolfo ad Agrigento. Il rapporto con il padre è conflittuale a causa della personalità brusca del genitore e delle sue continue avventure extra-coniugali.
Si laurea a Bohn dove discute una tesi di carattere linguistico sul dialetto di Agrigento. Tornato a Roma, si dedica alla letteratura e al teatro, ma anche alla carriera di professore universitario e dà vita alla rivista “Ariel” che si oppone al misticismo, al simbolismo e all’estetismo. Nel 1894 sposa Maria Antonietta Portulano su pressione della famiglia; la dote della moglie viene investita dal padre di Luigi nelle miniere di zolfo, e quando, nel 1903, un allagamento fa perdere il capitale investito, le conseguenze per Pirandello sono molteplici: da un latro, la moglie viene colpita da una paralisi, che minerà per sempre il già instabile equilibrio psichico, e dall’altro deve impegnarsi in lezioni private, e collaborazioni giornalistiche, per far fronte alle spese familiari. Con “Il fu Mattia Pascal” la produzione letteraria subisce una svolta ed elabora la poetica dell’umorismo. Nel 1924 si iscrive al partito fascista, ma dopo un primo momento di entusiasmo, arrivano le delusioni e i risentimenti. Intanto, l’appoggio di Mussolini, gli consente di creare la Compagnia del Teatro d’arte a Roma. Prima attrice è Marta Abba, a cui Pirandello si lega sentimentalmente.Chiusa l’esperienza del Teatro d’Arte e deluso dal fascismo si trasferisce all’estero.Nel 1934 riceve il premio Nobel per la letteratura.
Nel 1936 viene colto da una polmonite e muore a Roma; per sua volontà non ci furono né funerali di Stato, né onoranze pubbliche, ma le sue ceneri furono portate ad Agrigento e una rozza pietra venne posta ai piedi di un pino nella contrada dove nacque.

TESINA SUL DOPPIO: PIRANDELLO

Le due premesse de “Il fu Mattia Pascal” gettano le basi della nuova poetica. Mentre nel saggio “L’Umorismo” egli considerava l’umorismo una caratteristica dell’arte dell’Antica Grecia, ma anche dell’Italia moderna, nelle due premesse esso è collegato alla scoperta di Copernico.
Quando parla di umorismo, Pirandello oscilla sempre tra una visione eterna, e una visione storica,.
Infatti, da un lato egli vede un limite connaturato all’uomo, che da sempre vive in un mondo privo di senso e che tuttavia si crea una serie di autoinganni e di illusioni; in tale prospettiva l’umorismo sarebbe l’eterna tendenza dell’arte a svelare tale contraddizioni.
Dall’altro, egli individua nella caduta dell’antropocentrismo tolemaico, e la conseguente affermazione del pensiero copernicano e galileiano, la nascita di quel malessere tipico della modernità che induce all’intuizione che fedi, valori e ideologie sono solo autoinganni, utili per sopravvivere, ma mistificatori.
La contrapposizione tra arte umoristica e arte epico-tragica deriva dalla constatazione che nella modernità la poesia fondata sul tragico non è più possibile, poiché le categorie di bene e di male, su cui si basavano la tragedia e l’epica, sono venute meno.
L’arte umoristica evidenzia continuamente il contrasto tra forma e vita e tra personaggio e persona.
L’uomo ha bisogno di autoinganni: deve credere che la vita abbia un senso e perciò organizza l’esistenza secondo convenzioni, riti che devono rafforzare in lui tale illusione. Gli autoinganni individuali e sociali costituiscono la forma dell’esistenza che  blocca la spinta anarchica delle pulsioni vitali, cristallizzando la vita.
La vita è forza profonda e oscura che fermenta sotto la forma e riesce a erompere solo saltuariamente.
Il soggetto, costretto a vivere nella forma, non è più una persona integra e coerente, ma si riduce a una maschera, o personaggio, che recita la parte che la società esige da lui e che egli stesso s’impone attraverso i propri ideali morali.
Il personaggio ha cosi due strade di fronte a sé: o sceglie l’incoscienza e l’ipocrisia oppure vive consapevole della scissione tra forma e vita; in questo caso più che vivere, il personaggio si guarda vivere, guarda da fuori e compatisce non solo gli altri, ma anche se stesso.
E’ questo il segno caratterizzante che distingue l’umorismo dalla comicità: nel comico è assente la riflessione, poiché nasce dal semplice e immediato avvertimento del contrario con un sussulto irresistibile che provoca il riso, che una situazione, o individuo, sono il contrario di come dovrebbero essere.
L’umorismo, invece, nasce dalla riflessione: riflettendo sulle ragioni per cui una persona, o una situazione, sono il contrario di come dovrebbero essere, al riso subentra il sentimento amaro di pietà.

Materie Trattate: italiano, latino, inglese, storia, filosofia, fisica, storia dell'arte e geografia astronomica

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