25 aprile, le poesie famose per la Festa della liberazione
25 aprile, le poesie famose per la Festa della liberazione

25 aprile, le poesie famose per la Festa della liberazione

25 aprile, le poesie famose per la Festa della liberazione scritte dai più grandi autori italiani per celebrare la resistenza.

Sono diversi i poeti che hanno voluto celebrare il 25 aprile: le poesie famose per la Festa della liberazione costituiscono una delle migliori risorse per entrare nel vivo delle celebrazioni che, ogni anno, ci permettono di non dimenticare i sacrifici fatti dai nostri antenati durante la guerra al fine di guadagnarsi quella liberazione dall’occupazione tedesca degli anni 1943-1945 alla quale tanto hanno anelato. Da Giuseppe Ungaretti a Gianni Rodari, vi consigliamo di leggere, e riflettere, sulle 4 poesie che abbiamo raccolto sotto.

Leggi: 25 aprile Festa della liberazione, come si festeggia

Poesie famose sul 25 aprile

Tra le poesie sul 25 aprile che abbiamo scelto per voi, la prima è una poesia di Ungaretti: tra i suoi versi, significativo è “gli occhi che furono chiusi alla luce” che indica i morti. Morti che non hanno cessato di vivere invano: hanno sacrificato le loro vite per donare, agli altri, la libertà. La seconda, di Primo Levi, si intitola Partigia (abbreviazione “invalsa in Piemonte […] con la connotazione di partigiano spregiudicato, deciso, svelto di mano”, come spiega l’autore stesso). “La madre del partigiano”, di Gianni Rodari, racconta di un partigiano andato in guerra e morto per la libertà. Ultima è “Alle fronde dei salici” di Salvatore Quasimodo, scritta durante l’occupazione nazista della città di Milano dopo l’armistizio con le truppe anglo-americane.

Per i morti della resistenza (Giuseppe Ungaretti)

Qui
vivono per sempre
gli occhi che furono chiusi alla luce
perché tutti
li avessero aperti
per sempre
alla luce.

Partigia (Primo Levi), poesia 25 aprile

Dove siete, partigia di tutte le valli,
Tarzan, Riccio, Sparviero, Saetta, Ulisse?
Molti dormono in tombe decorose,
quelli che restano hanno i capelli bianchi
e raccontano ai figli dei figli
come, al tempo remoto delle certezze,
hanno rotto l’assedio dei tedeschi
là dove adesso sale la seggiovia.
Alcuni comprano e vendono terreni,
altri rosicchiano la pensione dell’Inps
o si raggrinzano negli enti locali.
In piedi, vecchi: per noi non c’è congedo.
Ritroviamoci. Ritorniamo in montagna,
lenti, ansanti, con le ginocchia legate,
con molti inverni nel filo della schiena.
Il pendio del sentiero ci sarà duro,
ci sarà duro il giaciglio, duro il pane.
Ci guarderemo senza riconoscerci,
diffidenti l’uno dell’altro, queruli, ombrosi.
Come allora, staremo di sentinella
perché nell’alba non ci sorprenda il nemico.
Quale nemico? Ognuno è nemico di ognuno,
spaccato ognuno dalla sua propria frontiera,
la mano destra nemica della sinistra.
In piedi, vecchi, nemici di voi stessi:
La nostra guerra non è mai finita.

La madre del partigiano (Gianni Rodari)

Sulla neve bianca bianca
c’è una macchia color vermiglio;
è il sangue, il sangue di mio figlio,
morto per la libertà.

Quando il sole la neve scioglie
un fiore rosso vedi spuntare:
o tu che passi, non lo strappare,
è il fiore della libertà.

Quando scesero i partigiani
a liberare le nostre case,
sui monti azzurri mio figlio rimase
a far la guardia alla libertà.

Alle fronde dei salici (Salvatore Quasimodo)

E come potevamo noi cantare
con il piede straniero sopra il cuore,
fra i morti abbandonati nelle piazze
sull’erba dura di ghiaccio, al lamento
d’agnello dei fanciulli, all’urlo nero
della madre che andava incontro al figlio
crocifisso sul palo del telegrafo ?
Alle fronde dei salici, per voto,
anche le nostre cetre erano appese,
oscillavano lievi al triste vento.

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