La cultura occidentale, se il paragone non sembra troppo ardito, è uno splendido edificio. Anche a chi lo osserva da lontano appare maestoso ed elegante, sebbene, a quanto pare, da alcune angolazioni se ne vedono solo certe facciate annerite e scalcinate; e c’è chi per questo vorrebbe vederlo demolito in una nube di polvere.
Noi, che lo vediamo dall’interno, apprezziamo l’armoniosa fusione degli stili: le fondamenta e i pilastri classici e cristiani, i pinnacoli gotici, qualche ricamo arabeggiante e molto ancora. Ma a ben guardare ci si rende conto che gran parte della struttura portante è logora e incrinata. È quel che accade a tutti gli edifici che si spingono troppo in alto per i propri tempi o che, diversamente, pretendono di innalzarsi costruendo in breve tempo e su fragili fondamenta le proprie architetture.
Alcune civiltà hanno trascorso i millenni ai margini della storia, altre sono state semplicemente sopraffatte, altre ancora sono riuscite ad imporsi per poi crollare su se stesse quando il lusso, il potere e l’arroganza delle armi hanno fatto credere all’uomo di bastare a se stesso, di poter fare a meno del proprio sostegno morale e culturale, come uno zoppo che raggiunta una poltrona, getti via le stampelle.
Successe così alla Grecia, a Roma, e ad uno sguardo attento e impietoso, pare che possa accadere lo stesso alla civiltà occidentale.
Siamo arrivati ad un livello di benessere che rasenta l’opulenza, produciamo una quantità ridondante di beni di consumo volti a rendere la vita agevole e comoda, la tecnologia e la scienza indagano la natura non per comprenderla, ma per porla a servizio dell’uomo. Qualunque accessorio, anche il più futile, tutto ciò che possa compiacere il nostro corpo, esaltare la nostra esteriorità, è a nostra disposizione.
Accade così che gli ideali, i valori, la tradizione, diventano cimeli da tirare fuori dalla soffitta in occasione delle ricorrenze ufficiali, stendardi da sventolare davanti a un elettorato impaurito dalla penetrazione di culture lontane che appaiono ostili e minacciose. Mentre ciascuno è teso alla propria affermazione personale, in una società che premia il più accanito individualismo, và in scena il continuo tiro alla fune tra gli estremismi: chi vorrebbe annullare la propria cultura in un indefinito calderone multiculturale o, molto più propriamente, a-culturale, e chi cerca il muro contro muro con un mondo visto come alieno e nemico.
Nessuno dei due approcci è proponibile: lo scontro di civiltà condurrebbe il mondo intero nel baratro di una guerra dalle conseguenze inimmaginabili per l’umanità, giacché basta oggi un pulsante a far ciò che non potrebbero decenni di crociate; l’ipotesi della fusione pan-culturale porterebbe ad una perdita di identità e ad un vuoto ideologico intollerabili.
Il vuoto morale viene sempre più spesso riempito da forme di ribellione verso un sistema di valori considerato opprimente e obsoleto. La chiesa cattolica è il fulcro della transizione: da un lato avverte la necessità di assecondare le nuove esigenze dell’uomo, dall’altro deve restare coerente con il patrimonio spirituale di cui è depositaria, difendendolo dalle facili.
L’identità di un individuo è intessuta attorno a tre cardini: la religione, la patria e la famiglia, che sono oggetto dei principali valori di devozione, amore, fedeltà.
L’identità è anche il mosaico della propria esperienza, è forgiata dalle passioni, temprata dal dolore, è il risultato dell’interazione tra la psiche e l’ambiente.
Il più grande eroismo è quello di chi compie il proprio cammino lungo l’erta via degli ideali, vincendo ad ogni passo la nausea per la mediocrità e l’incomunicabilità che pervadono i rapporti tra gli uomini, sempre più prigionieri del proprio individualismo. Vale la pena cercare nell’altro l’identità più profonda, scavare il torrente sotterraneo delle passioni, imprigionato nel reticolo di tabù e convenzioni che la vita sociale impone.