Licei in crescita ma laureati in calo: l'università diventa collo di bottiglia

Licei in crescita ma laureati in calo: l'università diventa collo di bottiglia

Il rapporto Iride-Censis documenta un disallineamento strutturale: le iscrizioni ai licei superano il 52%, ma i laureati rimangono fermi al 30,6%, ben sotto la media europea del 43,1%.
Licei in crescita ma laureati in calo: l'università diventa collo di bottiglia

Il rapporto “Senso della scuola, senso del lavoro” dell’Osservatorio Iride, elaborato da Fondazione Costruiamo il Futuro e Censis, documenta un disallineamento strutturale nel sistema educativo italiano. L’analisi evidenzia come l’ampliamento dell’accesso ai percorsi liceali non si traduca in un aumento proporzionato del capitale umano avanzato.

I dati relativi all’anno scolastico 2023-2024 per la secondaria e al 2022-2023 per l’università mostrano una forbice crescente: le iscrizioni ai licei superano il 52%, ma la quota di giovani 25-34enni con titolo terziario rimane ferma al 30,6%, lontana dalla media europea del 43,1% e dal target del 45%. Il paradosso emerge in tutta la sua evidenza: un sistema che orienta la maggioranza degli studenti verso percorsi generalisti fatica poi a completarne la formazione accademica e a rispondere alla domanda di competenze specializzate del mercato del lavoro.

La licealizzazione delle scelte: dinamica ventennale e impatto sugli indirizzi

Nell’anno scolastico 2023-2024, oltre il 52% degli iscritti al primo anno della scuola secondaria di secondo grado ha scelto un liceo. Vent’anni fa la quota si fermava poco sopra il 41%, segnando una crescita di undici punti percentuali che ridisegna l’architettura del sistema.

Nello stesso arco temporale gli istituti tecnici si sono mantenuti stabili attorno al 32%, mentre i professionali hanno subito una flessione marcata, scendendo dal 23,8% al 15,3%.

La tendenza evidenzia uno spostamento progressivo verso percorsi generalisti, percepiti da famiglie e studenti come più prestigiosi e maggiormente orientati alla prosecuzione universitaria. Il rendimento scolastico alla terza media gioca un ruolo determinante: gli studenti che conseguono i risultati migliori si indirizzano quasi esclusivamente verso i licei, consolidando una gerarchia implicita tra indirizzi di studio che penalizza le opzioni tecniche e professionali, nonostante queste ultime offrano sbocchi più immediati verso il mercato del lavoro.

L’università come collo di bottiglia: partecipazione e abbandoni

Nel 2022 solo il 51,7% dei diplomati ha proseguito gli studi universitari nell’anno stesso del conseguimento del titolo. Il dato aggregato nasconde però profonde differenze tra indirizzi: la quota sale al 73,8% tra i liceali, crolla al 34,3% tra i diplomati tecnici e si ferma al 13,8% per i professionali.

La forbice evidenzia come la spinta verso i licei non si traduca automaticamente in un incremento proporzionale dei laureati. L’ampia base liceale non riesce infatti a trasformare la vocazione accademica diffusa in un ampliamento sostanziale del capitale umano terziario.

Il fenomeno si aggrava con gli abbandoni: il tasso di uscita dal sistema universitario entro il primo anno supera oggi il 7%, segnando una crescita negli ultimi anni. Il sistema perde dunque studenti sia al momento dell’iscrizione sia nelle fasi iniziali del percorso.

Nel 2023 la quota di giovani tra 25 e 34 anni con titolo terziario in Italia si è attestata al 30,6%, contro una media europea del 43,1% e un obiettivo comunitario fissato al 45%. Il divario appare strutturale e conferma la difficoltà del Paese a colmare il gap formativo rispetto ai partner dell’Unione.

La tenuta dei percorsi universitari emerge così come il vero collo di bottiglia: pur aumentando le iscrizioni liceali, il sistema non genera un aumento deciso dei laureati né riduce la distanza dagli standard europei.

I percorsi terziari professionalizzanti: ruolo degli Its e limiti attuali

Il rapporto evidenzia la storica debolezza dei percorsi terziari non accademici in Italia. Gli Istituti Tecnologici Superiori (Its), nonostante la riforma e le risorse del Pnrr, rimangono numericamente limitati e meno conosciuti rispetto ai canali universitari tradizionali. In altri Paesi europei l’istruzione tecnica superiore rappresenta un’alternativa consolidata, capace di contribuire all’innalzamento del livello medio di qualificazione della forza lavoro.

In Italia la scelta si polarizza tra liceo e università da un lato e ingresso diretto nel mercato del lavoro dall’altro. Questa dicotomia lascia poco spazio a percorsi intermedi che potrebbero invece rispondere ai fabbisogni professionali delle imprese e offrire alternative concrete a chi non prosegue gli studi accademici.

Il peso contenuto degli Its nell’offerta formativa complessiva non consente di colmare il gap tra domanda e offerta di competenze tecniche avanzate, perpetuando il disallineamento tra sistema educativo e mercato del lavoro.

Il mismatch scuola-lavoro: fabbisogni delle imprese e sovraistruzione

Le imprese italiane segnalano crescenti difficoltà nel reperire tecnici e profili specializzati, mentre il sistema formativo produce una quota elevata di diplomati e laureati impiegati al di sotto delle proprie competenze. Secondo il rapporto Iride-Censis, oltre il 52% dei giovani diplomati occupati svolge mansioni che non richiederebbero quel titolo di studio; tra i laureati la quota supera il 37%.

L’offerta formativa non riesce a soddisfare né la domanda di tecnici qualificati né quella di laureati altamente specializzati, generando un’inefficienza allocativa che penalizza sia le imprese sia i giovani in ingresso nel mercato del lavoro.

L’orientamento e le disuguaglianze: il peso del contesto familiare

Il rapporto Iride-Censis sottolinea che le scelte scolastiche risultano fortemente condizionate dal rendimento iniziale e dal titolo di studio dei genitori. Il contesto familiare incide in modo determinante sulle probabilità di abbandono e di prosecuzione degli studi, creando un meccanismo che riproduce le disuguaglianze di partenza.

La scuola non sempre riesce a compensare questi svantaggi, contribuendo a perpetuare il paradosso tra espansione liceale e mancato aumento del capitale umano avanzato.

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