Smart working, i laureati lavorano da remoto oltre la media: il rapporto ISTAT

Smart working, i laureati lavorano da remoto oltre la media: il rapporto ISTAT

Secondo il Censimento 2023 ISTAT, il 29% dei laureati lavora da remoto, il doppio della media nazionale del 13,8%. Il divario cresce con il titolo di studio.
Smart working, i laureati lavorano da remoto oltre la media: il rapporto ISTAT

Il lavoro da remoto in Italia cresce in proporzione diretta al titolo di studio posseduto. Secondo i dati del Censimento 2023 elaborati dall’ISTAT, a fronte di una media nazionale del 13,8% di occupati che hanno lavorato da casa almeno qualche giorno nelle quattro settimane precedenti la rilevazione, la quota sale al 29% tra chi possiede un titolo di studio elevato. Il divario è marcato: quasi uno su tre tra i laureati, contro poco più di uno su dieci nella popolazione occupata complessiva.

L’Istituto spiega questa relazione con la natura delle mansioni associate ai profili ad alta scolarizzazione: attività orientate al raggiungimento di obiettivi, maggiore alfabetizzazione digitale e autonomia organizzativa favoriscono l’adozione di modalità flessibili.

In altre parole, chi dispone di competenze avanzate opera più spesso in contesti dove la presenza fisica è meno vincolante e dove gli strumenti tecnologici abilitano prestazioni a distanza senza perdita di efficacia.

Le differenze per livello di istruzione

Il divario tra i livelli di istruzione emerge con chiarezza nei dati ISTAT: tra chi possiede al massimo la licenza media, solo il 3,3% ha sperimentato forme di lavoro flessibile nelle quattro settimane precedenti la rilevazione del Censimento 2023. La percentuale cresce sensibilmente tra i diplomati di scuola secondaria di secondo grado, raggiungendo il 10,9%.

Il gradiente educativo conferma che il lavoro agile è più accessibile per profili con competenze elevate. La differenza di oltre sette punti percentuali tra diplomati e chi ha conseguito al massimo la licenza media riflette non solo le opportunità offerte dal mercato, ma anche la natura delle mansioni svolte e il grado di alfabetizzazione digitale richiesto per operare da remoto.

Le geografie dello smart working tra regioni e grandi comuni

La geografia del lavoro agile in Italia disegna una mappa fortemente polarizzata. In Lombardia e nel Lazio i laureati che lavorano da remoto sfiorano la soglia del 40%: il 39,4% nel primo caso, il 38,4% nel secondo.

All’estremo opposto si collocano Sicilia (18,4%), Valle d’Aosta/Vallée d’Aoste (19,0%) e Calabria (19,4%), dove meno di un occupato con titolo elevato su cinque sperimenta forme di lavoro flessibile.

Il divario si accentua quando si analizza la densità demografica. Nei 27 Comuni con almeno 150mila abitanti, la percentuale di smart workers laureati raggiunge il 38,8%, contro il 24,8% del resto dei Comuni italiani. Le grandi realtà urbane rappresentano dunque un traino decisivo per la diffusione del lavoro a distanza.

Nelle città metropolitane il fenomeno assume dimensioni ancora più rilevanti. A Milano più della metà degli occupati con titolo terziario di primo o secondo livello svolge parte della propria attività al di fuori della sede di lavoro; a Roma la quota si attesta al 42%.

Le province sopra e sotto la media nazionale

Sono 16 le province italiane in cui la percentuale di occupati da remoto con alto grado di istruzione supera il 29% nazionale, mentre le restanti 91 si collocano al di sotto di questa soglia. I valori minimi si registrano nelle province di Enna, con il 10,8%, e Foggia, con il 15,2%, confermando una geografia del lavoro agile fortemente disomogenea sul territorio.

Nei grandi centri urbani il quadro si ribalta: a Milano 56 occupati laureati su 100 lavorano da remoto, seguiti da Roma con 45, Bologna e Torino entrambe a quota 41. In coda alla classifica si trovano Messina e Catania, rispettivamente con il 16,7% e il 17,7%, evidenziando il traino esercitato dalle principali aree metropolitane nella diffusione dello smart working.

Ti potrebbe interessare

Link copiato negli appunti