Violenza tra minorenni all'autostazione di Modena: il CNDDU chiede riforma dell'educazione civica

Violenza tra minorenni all'autostazione di Modena: il CNDDU chiede riforma dell'educazione civica

Uno scontro tra studenti all'autostazione di Modena acceso un dibattito sulla fragilità civica: il CNDDU propone una riforma strutturale dell'educazione alla legalità.
Violenza tra minorenni all'autostazione di Modena: il CNDDU chiede riforma dell'educazione civica

L’episodio si è consumato all’autostazione di Modena, dove due studenti minorenni si sono affrontati fisicamente mentre un gruppo di coetanei assisteva in cerchio, senza intervenire. Dopo lo scontro, i protagonisti sono fuggiti. Non è seguita alcuna querela e i ragazzi sono rientrati a scuola come se nulla fosse accaduto.

Il Coordinamento Nazionale Docenti della disciplina dei Diritti Umani non legge l’accaduto come semplice lite degenerata, ma come sintomo di un’emergenza educativa più profonda. Il nodo critico non sta solo nella violenza fisica, ma nella sua normalizzazione: lo scontro esplode e si dissolve nell’indifferenza collettiva, senza lasciare traccia istituzionale o riflessione.

Questo meccanismo di rimozione rivela un deficit di cultura costituzionale. Il CNDDU propone una lettura integrata – pedagogica, giuridica e mediatica – per inquadrare l’episodio come indicatore di fragilità civica che riguarda l’intera comunità scolastica, non solo i diretti interessati.

Il quadro giuridico: dagli articoli 2 e 34 alla funzione educativa della scuola

L’episodio modenese solleva interrogativi profondi sul piano costituzionale. L’articolo 2 della Costituzione impone alla Repubblica di riconoscere e garantire i diritti inviolabili dell’uomo nelle formazioni sociali dove si sviluppa la sua personalità. La scuola rappresenta una di queste formazioni primarie: non solo luogo di trasmissione del sapere, ma spazio dove diritti e doveri si sperimentano quotidianamente.

Quando un conflitto tra studenti non trova mediazione linguistica e si traduce in aggressione fisica, emerge un problema nell’effettività del diritto all’istruzione garantito dall’articolo 34. Non basta assicurare l’accesso materiale alla scuola: occorre garantire che il processo educativo operi pienamente nella sua dimensione relazionale e civica, trasformando conoscenze in competenze di convivenza.

L’articolo 3 completa il quadro, stabilendo che la libertà personale trova limite nella dignità altrui. Questo principio di uguaglianza sostanziale deve diventare esperienza vissuta, non formula astratta. La legalità si costruisce a scuola attraverso la pratica quotidiana del rispetto reciproco e della composizione ragionata dei conflitti.

La lettura pedagogica: linguaggio, alfabetizzazione emotiva e neutralità spettatoriale

L’episodio di Modena evidenzia quello che il CNDDU definisce “fallimento del linguaggio come strumento di composizione del conflitto”. Quando gli studenti non riescono a risolvere le tensioni attraverso il dialogo, la violenza fisica diventa una scorciatoia comunicativa. Questo fenomeno rivela una fragilità nell’alfabetizzazione emotiva e nella capacità di argomentare, competenze essenziali per gestire i disaccordi senza ricorrere alla forza.

Un aspetto ancora più preoccupante riguarda il comportamento degli spettatori: i coetanei hanno assistito allo scontro senza intervenire, senza chiamare aiuto, senza dissociarsi. Questa “neutralità spettatoriale” non è semplice passività, ma può trasformarsi in tacita legittimazione dell’aggressività. In quel cerchio silenzioso si consuma una “pedagogia implicita della forza”: osservare senza reagire comunica che la violenza è tollerata, forse persino accettata come modalità normale di relazione tra pari.

La dimensione mediatica: rischio assuefazione e stigmatizzazione territoriale

Il CNDDU dedica un’attenzione specifica al ruolo dell’informazione nella rappresentazione degli episodi di violenza giovanile. La reiterazione mediatica di notizie su “zone rosse” e aree urbane critiche può generare una doppia distorsione: da un lato produce assuefazione, dall’altro alimenta stigmatizzazione territoriale e sociale.

Quando le narrazioni pubbliche insistono su categorie identitarie – come l’origine dei soggetti coinvolti o il quartiere di provenienza – si introduce un elemento potenzialmente discriminatorio che può innescare ulteriori dinamiche di esclusione. Le semplificazioni che trasformano un disagio educativo in questione meramente securitaria o etnica rischiano di deviare l’attenzione dal vero nodo: la fragilità delle competenze civiche.

Il Coordinamento sottolinea la necessità che l’informazione mantenga rigore, evitando rappresentazioni che normalizzano la violenza o etichettano intere comunità scolastiche in base a singoli episodi.

La proposta del CNDDU: modulo strutturale su responsabilità costituzionale e mediazione

Il Coordinamento Nazionale Docenti della disciplina dei Diritti Umani rivolge un appello diretto al Ministro dell’Istruzione e del Merito, Giuseppe Valditara, per avviare una riforma organica del sistema educativo. Al centro della proposta c’è l’introduzione di un modulo strutturale dedicato all’educazione alla responsabilità costituzionale e alla gestione giuridica del conflitto, fondato sui principi della giustizia riparativa minorile e sulla cultura della mediazione.

Il CNDDU chiarisce che non si tratta di aggiungere semplicemente un’ora di lezione al curricolo esistente, ma di operare un vero cambio di paradigma educativo. L’obiettivo è formare studenti consapevoli del nesso tra diritti e doveri, capaci di comprendere che la libertà personale trova il suo limite nella dignità altrui, come stabilito dall’articolo 3 della Costituzione nel suo principio di eguaglianza sostanziale.

L’educazione ai Diritti Umani deve assumere una configurazione sistemica e trasversale, integrata nelle diverse discipline in modo valutabile e continuativo. La proposta sposta l’approccio dalla logica repressiva a quella preventiva: non più solo interventi successivi agli episodi critici, ma costruzione quotidiana di competenze civiche e di un’etica pubblica condivisa dentro la comunità scolastica.

Le azioni operative indicate: protocollo scuole–procure minorili–servizi e percorsi di rielaborazione

Il CNDDU propone l’istituzione di un protocollo nazionale che colleghi scuole, procure minorili e servizi territoriali in una logica preventiva, non sanzionatoria. L’idea è che ogni episodio di violenza tra pari attivi automaticamente un percorso educativo di rielaborazione, anche in assenza di querela, nel pieno rispetto delle garanzie previste dall’ordinamento minorile.

La mancata denuncia non può equivalere a indifferenza istituzionale. Il sistema di giustizia minorile italiano riconosce già la centralità della funzione rieducativa: il protocollo mira ad anticiparla, portandola dentro la scuola prima che il conflitto diventi reato. L’obiettivo è costruire risposte tempestive che trasformino l’episodio critico in occasione di consapevolezza collettiva e rafforzamento del senso di responsabilità.

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