Numquam hercule ego neque pecunias istorum neque tecta

magni-
fica neque opes neque imperia neque eas, quibus
maxume astricti sunt, voluptates in bonis rebus aut
expetendis

esse duxi, quippe cum viderem rebus his
circumfluentis ea tamen desiderare maxime, quibus
abundarent. Neque enim umquam

expletur nec satia-
tur cupiditatis sitis, neque solum ea qui habent libi-
dine augendi cruciantur, sed etiam amittendi

metu.
In quo equidem continentissimorum hominum, maio-
rum nostrorum, saepe requiro prudentiam, qui haec
inbecilla et

commutabilia [pecuniae membra] verbo
bona putaverunt appellanda, cum re ac factis longe
aliter iudicavissent. Potestne

bonum cuiquam malo
esse, aut potest quisquam in abundantia bonorum ipse
esse non bonus? Atqui ista omnia talia videmus,

ut
et inprobi habeant et absint probis. Quam ob rem
licet inrideat, si qui vult, plus apud me tamen vera
ratio valebit

quam vulgi opinio; neque ego umquam
bona perdidisse dicam, si quis pecus aut supellectilem
amiserit, nec non saepe

laudabo sapientem illum,
Biantem, ut opinor, qui numeratur in septem; cuius
quom patriam Prienam cepisset hostis

ceterique ita
fugerent, ut multa de suis rebus asportarent, cum
esset admonitus a quodam, ut idem ipse faceret, E g

o
vero’, inquit, facio; nam omnia mecum porto
m e a.’ Ille haec ludibria fortunae ne sua quidem
putavit, quae nos

appellamus etiam bona.

Traduzione

Io, per Ercole, non ho mai ritenuto che i danari

di costoro, le splendide
case, il potere, le cariche e quei piaceri ai quali soprattutto sono legati
si trovassero tra i

beni o tra le cose desiderabili, giacché vedevo che chi
era ricco di tali possessi desiderava, tuttavia, soprattutto ciò che

aveva
in abbondanza. Non si soddisfa, infatti, né mai si sazia la sete della
cupidigia e quanti hanno tali cose non sono

crucciati soltanto dal desiderio
di accrescerle, ma anche dalla paura di perderle. In questo spesso ricerco
la saggezza

degli uomini più temperanti, i nostri antenati, i quali
ritennero di dover definire, a parole, beni queste cose impotenti

e
mutevoli, pur avendone dato nei fatti e nelle azioni un ben differente
giudizio. Può un malvagio possedere un bene o

qualcuno non essere in sé
buono tra l’abbondanza dei beni? Eppure, noi costatiamo come tutte queste
cose le abbiano i

malvagi e manchino agli onesti. Perciò, benché qualcuno,
se vuole, faccia dell’ironia, la vera ragione varrà per me più

dell’opinione
della folla. Non dirò mai, se qualcuno perderà del danaro o degli immobili,
che ha perso dei beni e

loderò spesso quel gran sapiente, Biante credo, che
è annoverato tra i sette, il quale, poiché il nemico aveva

conquistato
Priene, la sua patria, e gli altri fuggivano portando via molti dei loro
beni, avvertito da un tizio di fare

lo stesso disse: “Ma io lo sto facendo:
porto, infatti, con me ogni mia cosa”. Egli non ritenne neppure suoi

quegli
zimbelli della sorte che noi chiamiamo persino beni.