Il Decameron, scritto da Boccaccio, tra il 1348 e il 1350, presenta una struttura articolata: le cento novelle narrate sono inserite in una “cornice” che ha la forma di una macronovella e conferisce unità e omogeneità all’intera opera.

Nel Proemio, l’autore precisa il pubblico al quale intende rivolgersi e la finalità dell’opera. Lo scrittore indirizza le sue novelle alle donne, con lo scopo di distrarle dalle pene dell’amore e allietare il loro tempo, rimediando cosi al peccato della Fortuna che le costringe a non avere, a differenza degli uomini, alcuna possibilità di svago. Viene dunque innanzitutto affermata e codificata la funzione di intrattenimento attribuita all’opera, e in secondo luogo, è indicato in maniera indiretta il pubblico a cui l’autore guarda: la dedica alle donne manifesta la volontà di rivolgersi a un uditorio nuovo, non appartenente alla ristretta cerchia dei dottorati, e la natura colta delle interlocutrici, fa intendere che il destinatario è la borghesia cittadina, che costituisce la nuova élite sociale. Per lo scrittore la donna deve essere libera di poter soddisfare il sentimento amoroso, perciò auspica un’educazione meno rigida e repressiva di quella attuata allora.

La narrazione boccacciana è improntata al più concreto realismo e non concede mai alcuno spazio agli elementi magici e fantastici, dal momento che l’autore intende scoprire e descrivere la realtà umana senza pregiudizi e senza idealizzazioni. Non si tratta, di una riproduzione speculare della realtà: il mondo del Decameron è un mondo finto che si pone come realtà, un mondo letterario che ri-produce, ri-fonda la realtà secondo schemi e modi suoi propri. Le forze che regolano la vita dell’uomo costituiscono i temi intorno ai quali ruotano le storie raccontate: l’amore, la natura, la fortuna, l’intelligenza, la virtù. Il Decameron, dunque, è caratterizzato da una molteplicità di temi in opposizione all’unicità di quello amoroso, tipico della produzione precedente. Tutto ciò mostra la straordinaria fantasia e abilità letteraria del Boccaccio non solo nella rielaborazione di tutti questi materiali, ma nella ricomposizione di essi in un unico organismo narrativo.

Nonostante tutto, sono molte le accuse volte a Boccaccio. Esse convergono in sostanza su due punti: bada troppo alle donne e si intrattiene più con loro che con le Muse; si occupa di argomenti leggeri, non consoni alla sua non più giovane età. Anche la conclusione si riallaccia alla introduzione alla Quarta giornata, nel quale l’autore, rivolgendosi di nuovo alle “nobilissime giovani” destinatarie dell’opera, afferma l’autonomia morale della letteratura. Sostiene che se ha descritto situazioni e usato termini che paiono licenziosi, lo ha fatto per esigenze di realismo e per adeguare il linguaggio alla materia. Le “nobilissime giovani” sono ora portavoce di ipotetiche critiche (tacite questioni): infatti l’opera potrebbe essere accusata di licenziosità, ma la peculiarità della letteratura, non risiede nel contenuto ma nel modo in cui esso è espresso; dunque l’accettabilità di un’opera non dipende dalla eventuale oscenità dei contenuti, ma dal decoro letterario ovvero dall’onestà del linguaggio.