[1] Mos antiquis fuit, usque ad meam servatus

aetatem, primis epistulae verbis adicere ‘si vales bene est, ego valeo’. Recte nos dicimus ‘si philosopharis, bene

est’. Valere enim hoc demum est. Sine hoc aeger est animus; corpus quoque, etiam si magnas habet vires, non aliter quam

furiosi aut frenetici validum est. [2] Ergo hanc praecipue valetudinem cura, deinde et illam secundam; quae non magno tibi

constabit, si volueris bene valere. Stulta est enim, mi Lucili, et minime conveniens litterato viro occupatio exercendi

lacertos et dilatandi cervicem ac latera firmandi; cum tibi feliciter sagina cesserit et tori creverint, nec vires umquam opimi

bovis nec pondus aequabis. Adice nunc quod maiore corporis sarcina animus eliditur et minus agilis est. Itaque quantum potes

circumscribe corpus tuum et animo locum laxa. [3] Multa sequuntur incommoda huic deditos curae: primum exercitationes, quarum

labor spiritum exhaurit et inhabilem intentioni ac studiis acrioribus reddit; deinde copia ciborum subtilitas impeditur.

Accedunt pessimae notae mancipia in magisterium recepta, homines inter oleum et vinum occupati, quibus ad votum dies actus est

si bene desudaverunt, si in locum eius quod effluxit multum potionis altius in ieiuno iturae regesserunt. [4] Bibere et sudare

vita cardiaci est. Sunt exercitationes et faciles et breves, quae corpus et sine mora lassent et tempori parcant, cuius

praecipua ratio habenda est: cursus et cum aliquo pondere manus motae et saltus vel ille qui corpus in altum levat vel ille qui

in longum mittit vel ille, ut ita dicam, saliaris aut, ut contumeliosius dicam, fullonius: quoslibet ex his elige usum rude

facile . [5] Quidquid facies, cito redi a corpore ad animum; illum noctibus ac diebus exerce. Labore modico alitur ille; hanc

exercitationem non frigus, non aestus impediet, ne senectus quidem. Id bonum cura quod vetustate fit melius. [6] Neque ego te

iubeo semper imminere libro aut pugillaribus: dandum est aliquod intervallum animo, ita tamen ut non resolvatur, sed

remittatur. Gestatio et corpus concutit et studio non officit: possis legere, possis dictare, possis loqui, possis audire,

quorum nihil ne ambulatio quidem vetat fieri. [7] Nec tu intentionem vocis contempseris, quam veto te per gradus et certos

modos extollere, deinde deprimere. Quid si velis deinde quemadmodum ambules discere? Admitte istos quos nova artificia docuit

fames: erit qui gradus tuos temperet et buccas edentis observet et in tantum procedat in quantum audaciam eius patientia et

credulitate produxeris. Quid ergo? a clamore protinus et a summa contentione vox tua incipiet? usque eo naturale est paulatim

incitari ut litigantes quoque a sermone incipiant, ad vociferationem transeant; nemo statim Quiritium fidem implorat. [8] Ergo

utcumque tibi impetus animi suaserit, modo vehementius fac vitiis convicium, modo lentius, prout vox te quoque hortabitur in

id latus ; modesta, cum recipies illam revocarisque, descendat, non decidat; mediatorisui habeat et hoc indocto et rustico

more desaeviat. Non enim id agimus ut exerceatur vox, sed ut exerceat.
[9] Detraxi tibi non pusillum negotii: una mercedula

et Åunum graecumÅ ad haec beneficia accedet. Ecce insigne praeceptum: ‘stulta vita ingrata est, trepida; tota in futurum

fertur’. ‘Quis hoc’ inquis ‘dicit?’ idem qui supra. Quam tu nunc vitam dici existimas stultam? Babae et Isionis?

Non ita est: nostra dicitur, quos caeca cupiditas in nocitura, certe numquam satiatura praecipitat, quibus si quid satis esse

posset, fuisset, qui non cogitamus quam iucundum sit nihil poscere, quam magnificum sit plenum esse nec ex fortuna pendere.

[10] Subinde itaque, Lucili, quam multa sis consecutus recordare; cum aspexeris quot te antecedant, cogita quot sequantur. Si

vis gratus esse adversus deos et adversus vitam tuam, cogita quam multos antecesseris. Quid tibi cum ceteris? te ipse

antecessisti. [11] Finem constitue quem transire ne possis quidem si velis; discedant aliquando ista insidiosa bona et

sperantibus meliora quam assecutis. Si quid in illis esset solidi, aliquando et implerent: nunc haurientium sitim concitant.

Mittantur speciosi apparatus; et quod futuri temporis incerta sors volvit, quare potius a fortuna impetrem ut det, quam a me ne

petam? Quare autem petam? oblitus fragilitatis humanae congeram? in quid laborem? Ecce hic dies ultimus est; ut non sit, prope

ab ultimo est. Vale.

Traduzione

1 Era abitudine degli antichi, in uso fino ai miei tempi, scrivere all’inizio delle lettere “Se

tu stai bene, ne sono contento, io sto bene”. Giustamente noi diciamo: “Se ti dedichi alla filosofia, ne sono contento”, poiché

alla fin fine questo significa stare bene. Senza la filosofia l’anima è malata; e anche il corpo, se pure è in forze, è sano

come può esserlo quello di un pazzo o di un forsennato. 2 Se vuoi star bene, dunque, cura soprattutto la salute dello spirito,

e poi quella del corpo, che non ti costerà molto. È sciocco, mio caro Lucilio, e sconveniente per uno studioso esercitare i

muscoli, sviluppare il collo e irrobustire i fianchi; quand’anche ti sarai ingrossato e avrai rinforzato i muscoli, non

uguaglierai né il vigore, né il peso di un bue ben nutrito. Inoltre, se il peso del corpo è eccessivo, lo spirito ne è

schiacciato ed è meno agile. Perciò riduci quanto più puoi la cura del corpo e lascia spazio allo spirito. 3 Se uno si occupa

troppo del fisico, ha molti fastidi: per prima cosa la fatica degli esercizi ginnici estenua lo spirito e lo rende incapace di

concentrarsi e di dedicarsi agli studi più impegnativi; poi l’abbondanza di cibo ottunde l’acume. A questo aggiungi che

come allenatori si prendono schiavi della peggior specie, uomini occupati a ungersi d’olio e a bere, che giudicano

soddisfacente una giornata se hanno sudato abbondantemente e se al posto del sudore versato hanno ingerito molto vino che a

digiuno fa più effetto. Bere e sudare è la vita dell’ammalato di stomaco. 4 Ci sono, invece, esercizi facili e brevi che

spossano sùbito il corpo e fanno risparmiare quel tempo che va tenuto in gran conto: la corsa, il sollevamento pesi, il salto

in alto, in lungo e quello, per così dire, tipico dei Salii o, per usare una definizione più volgare, del “lavandaio”: scegli

uno qualsiasi di questi semplici e facili esercizi. 5 Ma qualunque cosa tu faccia, ritorna sùbito dal corpo allo spirito ed

esercitalo notte e giorno. L’animo si rafforza con poca fatica; né il freddo, né il caldo e neppure la vecchiaia ne

impediscono l’allenamento. Cura quel bene che migliora col tempo. 6 Non ti dico di stare sempre sui libri o sulle carte:

bisogna concedere un po’ di riposo allo spirito, quanto basta per distenderlo senza svigorirlo. Una passeggiata in vettura,

ad esempio, stimola il corpo e non impedisce lo studio: puoi leggere, dettare, parlare, ascoltare, tutte attività che nemmeno

il camminare preclude. 7 Non trascurare poi il timbro di voce: io ti consiglio di non alzarla per gradi e a intervalli

regolari e quindi abbassarla. E se poi volessi imparare come si deve passeggiare? Chiama uno di quelli cui la fame ha insegnato

nuovi mestieri: ci sarà chi regolerà i tuoi passi e sorveglierà la bocca mentre mangi: si spingerà tanto avanti quanto tu

concederai alla sua audacia con la tua tolleranza e credulità. E allora? Comincerai a parlare gridando e alzando al massimo il

tono della voce? È naturale, invece, farla crescere a poco a poco: tanto è vero che anche le parti in causa in tribunale

cominciano con calma e finiscono col gridare; nessuno implora subito la protezione dei Quiriti. 8 Quindi, seguendo il tuo

impulso, scagliati contro i vizi, ora con più veemenza, ora con più calma, regolandoti come ti suggerisce la voce. E quando la

fai ridiscendere e la abbassi, deve calare, non precipitare; deve fuoriuscire in tono misurato, e non violento alla maniera

degli zotici ignoranti. Noi non vogliamo che la voce venga educata, ma che educhi.
9 Ti ho evitato un grosso fastidio: a

questo favore aggiungerò un solo piccolo compenso, anch’esso di provenienza greca. Ecco un precetto straordinario: “La vita

degli sciocchi è spiacevole, inquieta, tutta proiettata al futuro.” “Chi lo dice?” mi chiedi. Quello stesso di prima. Che vita

– a tuo parere – si può definire da sciocchi? Quella di Baba o di Issione? No, è la nostra: una cieca avidità ci spinge a

ricercare beni che nuoceranno e che certo non ci sazieranno mai; proprio noi che, se qualcosa potesse bastarci, l’avremmo

già ottenuta; noi che non pensiamo quale gioia possa dare non chiedere nulla, come sia meraviglioso essere soddisfatti e non

dipendere dalla sorte. 10 Perciò caro Lucilio, ricorda sempre quanti vantaggi hai conseguito; e quando guarderai quante

persone ti stanno davanti, pensa a quante ti sono dietro. Se vuoi essere grato agli dèi e alla tua vita, pensa al numero degli

uomini che hai superato. Ma che hai a che fare tu con gli altri? Hai superato te stesso. 11 Proponiti una meta da non

oltrepassare neppure volendo; allontana finalmente questi beni pieni di insidie; sembrano migliori quando si spera di ottenerli

che una volta ottenuti. Se in essi vi fosse sostanza, finirebbero per soddisfare: invece eccitano la sete di chi beve. Lascia

da parte le belle apparenze; e il futuro, dominio dell’incerto destino, perché implorarlo dalla fortuna? Meglio convincersi

a non chiederlo. Perché, poi, chiedere? Perché ammucchiare, dimenticando la fragilità umana? Perché affannarsi? Ecco, questo

giorno è l’ultimo; se non lo è, è vicino all’ultimo. Stammi bene.