Il titolo di questo testo potrebbe suonare apocalittico, ma è in realtà una comparizione vista nel poeta Pier Paolo Pasolini: la comparizione delle vite del Nuovo Cittadino Medio  e dell’ignavo dantesco. Ciò che li accomuna nei loro rispettivi gruppi  d’appartenenza è la perdita dell’identità, della capacità di schierarsi. Entrambi vorticano, alienati  e come pazzi, in una folla di persone del tutto simili a loro, inseguendo un simbolo inesistente, o ancora peggio, di un simbolo di cui non conoscono in significato. Lo fanno perché è comodo essere spinti nelle direzioni comuni senza produrre il minimo sforzo, il loro cervello è morto. E con Morte (di cui parla T.S. Eliot) del cervello intendo la perdita progressiva, il mancato sviluppo della capacità critica di analizzare un problema o un avvenimento. È la perdita di questo spirito critico che determina in sequenza quella della volontà, del coraggio o di scegliere e schierarsi, e soprattutto la perdita della dignità umana. Il problema, e la fondamentale differenza fra i nostri tempi e quelli di Dante è che ora l’ignavia e la perdita della curiosità sono parte fondante di un fenomeno culturale di massa, che interessa il piccolo borghese, l’uomo medio. Noi siamo interamente calati in questa situazione, e questo sistema matura da tempo, fin dai primi del ‘900, in un crescendo continuo. Infatti, se negli anni ’70 questa “cultura industriale produttiva dell’incoscienza e dell’alienazione” era riscontrabile solo nella metropoli, ora è in ogni tipo di realtà sociale. Chi vuole sostenere questo sistema vuole appunto il nostro cervello morto, o comunque pieno di “stronzi”, come spiega Pasolini, in quanto la gente non pensante, interessata solo al proprio mondo piccolo – borghese è più facile da comandare e da raggirare della gente che ha coscienza e ideologie.

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