Tesina: Scientifica[br] Di: Giuliana G. [br] Tipo Scuola: Liceo Classico [br][br] [b]Abstract:[/b] [br]Lo scorrere del tempo, testimoniato dal continuo muoversi in avanti delle lancette dei nostri orologi, ci appare come qualcosa di normale. Eppure il tempo non è sempre esistito, né scorre alla stessa velocità per tutti gli esseri viventi su questo pianeta. Ad esempio per una mosca il tempo scorre molto più velocemente rispetto al nostro e, se potessimo osservare le azioni di una persona attraverso gli occhi di una mosca, vedremmo tutti i movimenti come al rallentatore: è per questo che la mosca sembra prevedere quando stiamo per colpirla e riesce quasi sempre a volare via in tempo. Nel corso della storia il modo di concepire il tempo è mutato radicalmente. Oggi siamo abituati a pensare il tempo come lineare, ma non per tutti i popoli è stato così. Nelle civiltà greche e romane, ad esempio, il tempo era vissuto come ritmica successione delle fasi in cui si svolge il divenire nella natura. Tale concezione è propria delle civiltà contadine, nelle quali è il susseguirsi delle stagioni a scandire il tempo. La concezione del tempo come lineare fu introdotta dalla Bibbia, nella quale si descrive un tempo che procede a senso unico e lo svolgimento storico dell’umanità diventa quindi irreversibile, senza possibilità di ritorno. Di fronte alla relatività del modo di percepire il tempo, ci rassicuriamo guardando le lancette dei nostri orologi correre sicure, sempre con lo stesso ritmo e, magari ci culliamo nell’idea che, al di là delle diverse culture, dal punto di vista scientifico il tempo sia uguale per tutti, ovunque. Con l’avvento delle equazioni di Maxwell, delle trasformazioni di Lorentz e infine della teoria della relatività di Einstein venne meno il concetto, fino al 1900 dato per scontato, di tempo assoluto, cioè di un tempo che scorre immutabile e indifferente, identico in tutti i sistemi di riferimento. Si prenda, come esempio lampante delle conseguenze delle scoperte di Einstein, il paradosso dei due gemelli: uno dei due parte su un’astronave che viaggia ad una velocità prossima alla velocità della luce, mentre l’altro rimane sulla Terra. Al ritorno, il gemello rimasto a Terra risulterà più vecchio del gemello astronauta. Einstein ebbe alcune discussioni sul tempo con grandi pensatori della sua epoca, tra cui il filosofo francese Henri Bergson, che nel saggio “Durata e simultaneità” attribuiva una maggiore importanza agli stati di coscienza, piuttosto che al tempo spazializzato della fisica. Secondo Bergson, non esistono singoli istanti, ma un loro continuo fluire non scomponibile. I singoli istanti sono vissuti nella loro durata reale nella coscienza di ognuno, dove gli stati psichici non si succedono, ma convivono. Diverso è quindi il tempo della scienza da quello reale che ciascuno di noi vive nella propria coscienza. Questa concezione influenzò molto gli scrittori del Novecento come Virginia Woolf, James Joyce e, in Italia, Italo Svevo con il romanzo “La coscienza di Zeno”. Prima di questi autori, però, Lawrence Sterne aveva anticipato le teorie sulla relatività del tempo e la differenza tra il tempo oggettivo e quello soggettivo, scrivendo un romanzo completamente innovativo: “The life and opinions of Tristram Shandy, gentleman”. Le teorie di Einstein influenzarono non solo filosofie e scrittori, ma anche il pittore spagnolo Salvador Dalì, che nel dipinto “La persistenza della memoria” diede una interpretazione figurativa della dissoluzione dell’idea di tempo assoluto. Bergson invece influenzò la corrente artistica del Futurismo, nel cui manifesto si dichiara che lo scopo dei futuristi è rappresentare i soggetti in modo dinamico. Da Bergson i futuristi riprendono l’idea che la realtà sia un continuo fluire di elementi spazio-temporali e tentano perciò di creare in pittura e scultura la nuova realtà, data dalle sensazioni della velocità, del dinamismo e della simultaneità prodotte dalle nuove tecnologie. Al contrario, per i poeti latini Orazio e Seneca il tempo ha unicamente la valenza del presente. “Carpe Diem” è l’imperativo che regola la vita, dato che, nella realtà quotidiana, il tempo si offre a noi sotto un unico aspetto: quello del presente, in cui si gioca, attraverso le nostre scelte, la nostra felicità: «Dum loquimur fugerit invida aetas: carpe diem, quam minimum credula postero.» Il presente è però fugace e breve, si sgretola rapidamente nel nulla, come riflette Seneca nell’opera “De brevitate vitae”, giungendo alla conclusione che solo per chi sa amministrarlo, il tempo diventa invece un bene duraturo e tangibile: in un passo dell’opera, Seneca, infatti, introduce l’equazione tempo = denaro, che verrà poi ripresa da Benjamin Franklin nel noto aforisma «Il tempo è denaro», che compare nella sua opera “Suggerimenti necessari per quanti desiderano diventare ricchi” del 1736. E’ questa l’epoca in cui, come indica l’aforisma, il sempre maggior sviluppo dell’urbanizzazione e il conseguente mutamento delle strutture sociali e produttive, rendono necessario azzerare la relatività del tempo, misurarlo in modo sempre più preciso e produttivo. Gli orologi si evolvono: non più dotati soltanto della lancetta delle ore, raggiungono livelli di raffinatezza tecnologica mai richiesti in passato. Ed ecco che tra la fine dell’800 e l’inizio del ‘900, l’equazione tempo = denaro viene messa in pratica nella teoria dell’organizzazione scientifica del lavoro promossa da F.W. Taylor, poi applicata da H. Ford nelle sue industrie, dove il tempo richiesto per svolgere ogni movimento viene cronometrato con precisione per produrre nel modo più rapido il maggior numero di oggetti. Dalla seconda metà del Novecento al Duemila l’uomo frantuma il tempo utilizzandone ogni attimo e dominandolo: riuscirà a renderlo così relativo da attraversarlo viaggiando tra il passato e futuro?