La lirica trobadorica e quella stilnovistica, pur parlando dello stesso tema, l’amore, hanno concezioni diverse riguardo la donna e i temi a lei correlati.
I poeti trobadorici guardavano la donna come un signore feudale al quale bisogna sottomettersi e compiacerlo, facendo dell’amore un rapporto di vassallaggio (es. G. D’Aquitania “Nella dolcezza della primavera”).
I poeti del “dolce Stilnovo ”, invece, vedono la donna come un angelo, una figura trascendentale in grado di sconvolgere ogni cosa.
Ad esempio nel testo di Guinizzelli “Al cor gentil rempaira sempre amore” la donna-angelo distoglie l’uomo dall’amore verso Dio.
Secondo i  trovatori non tutti possono innamorarsi, ed essi distinguono la donna del popolo, incapace di amare, dalla donna cortese, la quale, invece, ne è capace.
Lo Stilnovo rifiuta questa tesi, sostenendo che la nobiltà è una virtù e non un fattore ereditario (Guinizzelli) intendendo l’innamoramento come massima forma di nobiltà.
Altro tema comune, ma interpretato diversamente è quello della discrezione. D’Aquitania usa un epiteto maschile (“mio buon vicino”) per nascondere il nome dell’amante, essendo un rapporto adulterino.
Dante, invece nella “Vita nuova” usa la donna-schermo per la quale compone dei versi al fine di nascondere il suo profondo interessamento nei confronti di Beatrice. Al contrario questo stratagemma viene mal interpretato da Beatrice che offesa, toglie il saluto a Dante, quello stesso saluto che è visto dal Sommo Poeta come simbolo di salvezza e di beatitudine. Ciò scatena una profonda crisi sentimentale in Dante.
Per i trovatori gli effetti dell’amore sono molto diversi. L’amore dona all’uomo un senso di gioia e di stravolgimento delle qualità interiori.