Trans Suionas aliud mare, pigrum ac prope inmotum, quo cingi cludique terrarum orbem hinc fides, quod extremus

cadentis iam solis fulgor in ortus edurat adeo clarus, ut sidera hebetet; sonum insuper emergentis audiri formasque equorum et

radios capitis adspici persuasio adicit. Illuc usque (et fama vera) tantum natura. Ergo iam dextro Suebici maris litore

Aestiorum gentes adluuntur, quibus ritus habitusque Sueborum, lingua Britannicae propior. Matrem deum venerantur. Insigne

superstitionis formas aprorum gestant: id pro armis omniumque tutela securum deae cultorem etiam inter hostis praestat. Rarus

ferri, frequens fustium usus. Frumenta ceterosque fructus patientius quam pro solita Germanorum inertia laborant. Sed et mare

scrutantur, ac soli omnium sucinum, quod ipsi glesum vocant, inter vada atque in ipso litore legunt. Nec quae natura, quaeve

ratio gignat, ut barbaris, quaesitum compertumve; diu quin etiam inter cetera eiectamenta maris iacebat, donec luxuria nostra

dedit nomen. Ipsis in nullo usu; rude legitur, informe profertur, pretiumque mirantes accipiunt. Sucum tamen arborum esse

intellegas, quia terrena quaedam atque etiam volucria animalia plerumque interlucent, quae implicata umore mox durescente

materia cluduntur. Fecundiora igitur nemora lucosque sicut Orientis secretis, ubi tura balsamaque sudantur, ita Occidentis

insulis terrisque inesse crediderim, quae vicini solis radiis expressa atque liquentia in proximum mare labuntur ac vi

tempestatum in adversa litora exundant. Si naturam sucini admoto igni temptes, in modum taedae accenditur alitque flammam

pinguem et olentem; mox ut in picem resinamve lentescit. Suionibus Sitonum gentes continuantur. Cetera similes uno differunt,

quod femina dominatur; in tantum non modo a libertate sed etiam a servitute degenerant.

Traduzione

Al di là dei Suoni c’è un altro mare, stagnante e quasi

immobile, che cinge e chiude la terra: lo si crede perché l’estremo rifulgere della luce del sole al tramonto dura fino

all’alba, in un chiarore tale da offuscare le stelle; la credenza popolare aggiunge che, al sorgere del sole, si ode un

suono e si vedono le forme dei suoi cavalli e i raggi attorno al suo capo. Soltanto fin là, e questo è vero, si estende il

mondo. Dunque sul lato destro il mare svevo bagna le genti degli Estii, simili piuttosto agli Svevi per i culti e l’aspetto

esteriore, ai Britanni per la lingua. Venerano la Madre degli dèi: come simbolo del culto portano amuleti a forma di cinghiale;

questo amuleto vale, per i devoti della dea, come arma e salvaguardia da tutti i pericoli e protegge anche in mezzo ai nemici.

Rare le armi di ferro; più frequente l’uso di bastoni. Coltivano il frumento e gli altri prodotti del suolo con tenacia

maggiore rispetto all’abituale indolenza dei Germani. Esplorano anche il mare e sono gli unici a raccogliere, nelle secche e

sul litorale, l’ambra, che chiamano gleso. Barbari come sono, non si son posti il problema e non hanno accertato né la

natura di questa sostanza né quale causa la produca; anzi è rimasta a lungo confusa tra gli altri rifiuti del mare, finché la

nostra mania di lusso non le ha dato un nome. Essi non sanno che farsene: la raccolgono grezza, ce la danno così com’è, e ne

ricevono, stupiti, il compenso. Tuttavia si può capire che sia una secrezione di alberi, perché spesso si scorgono in

trasparenza animaletti terrestri e anche volatili che, invischiati in quel liquido, vi restano racchiusi al solidificarsi della

sostanza. Come nelle remote regioni d’Oriente vi sono foreste e boschi ricchi di alberi che trasudano incensi e balsami,

così sono portato a credere che nelle isole e nelle terre d’Occidente si trovino sostanze, le quali, secrete e liquefatte

dalla forza del sole vicino, scivolano nel mare lì accanto, per essere rigettate dalla violenza delle tempeste sulle rive

opposte. Se, per saggiare la composizione dell’ambra, la avvicini al fuoco, s’accende come una torcia e alimenta una

fiamma grassa e odorosa; poi diventa vischiosa come la pece o la resina. Ai Suioni seguono le tribù dei Sitoni. Simili a quelli

in tutto il resto, salvo in un punto, che li governa una donna: degenerano non solo in fatto di libertà, ma anche di

schiavitù.