Quotiens ego hunc Archiam vidi,

iudices, –utar enim vestra benignitate, quoniam me in hoc novo genere dicendi tam diligenter attenditis,–quotiens ego hunc

vidi, cum litteram scripsisset nullam, magnum numerum optimorum versuum de eis ipsis rebus quae tum agerentur dicere ex

tempore! Quotiens revocatum eandem rem dicere, commutatis verbis atque sententiis! Quae vero adcurate cogitateque scripsisset,

ea sic vidi probari, ut ad veterum scriptorum laudem perveniret. Hunc ego non diligam? non admirer? non omni ratione

defendendum putem! Atque sic a summis hominibus eruditissimisque accepimus, ceterarum rerum studia et doctrina et praeceptis et

arte constare: poetam natura ipsa valere, et mentis viribus excitari, et quasi divino quodam spiritu inflari. Qua re suo iure

noster ille Ennius sanctos appellat poetas, quod quasi deorum aliquo dono atque munere commendati nobis esse videantur.

Traduzione

Quante volte io ho visto Archia, o giudici- profitterò della bontà vostra, dal momento che tanta attenzione mi

prestate in questa trattazione di nuovo genere- quante volte, dico, l’ho visto improvvisare, senza che avesse scritto una

sillaba sola, una lunga serie di ottimi versi su fatti di attualità! Quante volte, invitato al bis, trattare lo stesso

argomento cambiando forma e pensiero! E per quanto riguarda gli scritti, prodotto di cura meditata, li vidi apprezzare fino

agli elogi a cui assursero gli scrittori antichi. E lui io non avrei caro, non l’ammirerei, non penserei di doverlo difendere

ad ogni costo? Appunto uomini eminenti e di alto sapere ci hanno insegnato che le altre materie di studio sono fondate su

addottrinamento, su regole, su cognizioni teoretiche; il poeta invece si afferma con la sola sua natura, si leva su con la

potenza del genio, sente il soffio come d’una ispirazione divina. E’ così che il nostro insigne Ennio chiama sacri i poeti, in

quanto, è il suo pensiero, sembrano quasi affidati a noi per dono e grazia degli dei.