Siqua meis fuerint, ut erunt, vitiosa libellis,
excusata suo

tempore, lector, habe.
exul eram, requiesque mihi, non fama petita est,
mens intenta suis ne foret usque

malis.
hoc est cur cantet vinctus quoque compede fossor,
indocili numero cum grave mollit

opus.
cantat et innitens limosae pronus harenae,
adverso tardam qui trahit amne ratem;
quique refert pariter

lentos ad pectora remos,
in numerum pulsa brachia iactat aqua.
fessus ubi incubuit baculo

saxove resedit
pastor, harundineo carmine mulcet oves.
cantantis pariter, pariter data pensa trahentis,

fallitur ancillae decipiturque labor.
fertur et abducta Lyrneside tristis Achilles

Haemonia curas attenuasse lyra.
cum traheret silvas Orpheus et dura canendo
saxa, bis amissa coniuge maestus

erat.

Traduzione

Se i miei versi avranno, come li avranno, dei difetti, cerca, lettore, di scusarli con le circostanze. Ero in

esilio, e cercavo il sollievo e non la gloria, perché non fosse, la mente, sempre rivolta alle sventure. Per questo canta anche

lo schiavo in ceppi quando scava la terra e allevia con rozze melodie il pesante lavoro. Per questo canta il barcaiolo,

puntando il remo, curvo in avanti, sulla melma del fondo, per portare avanti, contro corrente, la sua lenta barca. Cos’

anche il vogatore, portando insieme al petto i flessibili remi, muove le braccia battendo l’acqua a ritmo cadenzato. Quando

il pastore, stanco, si appoggia al suo bastone oppure si riposa sopra un sasso, allieta il gregge suonando la zampogna. Così

l’ancella canta e insieme fila la sua lana, per illudere e ingannare la fatica. Quando gli fu sottratta la donna di Lirneso

si dice che Achille, crucciato, alleviasse la pena con la lira emonia. E quando Orfeo attirava col canto le rocce e i boschi,

egli era mesto per la sposa due volte perduta.