His mihi rebus, Scipio (id enim te cum Laelio admirari solere dixisti), levis est senectus, nec solum non

molesta sed etiam iucunda. Quod si in hoc erro, qui animos hominum inmortalis esse credam, libenter erro; nec mihi hunc

errorem, quo delector, dum vivo, extorqueri volo; sin mortuus, ut quidam minuti philosophi censent, nihil sentiam, non vereor,

ne hunc errorem meum philosophi mortui irrideant. Quod si non sumus inmortales futuri, tamen exstingui homini suo tempore

optabile est. Nam habet natura, ut aliarum omnium rerum, sic vivendi modum. Senectus autem aetatis est peractio tamquam

fabulae, cuius defatigationem fugere debemus, praesertim adiuncta satietate. Haec habui, de senectute quae dicerem, ad quam

utinam perveniatis, ut ea, quae ex me audistis, re experti probare possitis.

Traduzione

Per queste

cose, o Scipione – ciò infatti hai detto che sei solito ammirare assieme a Lelio – , mi è lieve la vecchiaia, e non solo non mi

è di peso, ma anzi mi è piacevole. Se poi sbaglio nel ritenere che le anime degli uomini siano immortali, sbaglio volentieri, e

non voglio, finché vivo, che mi si strappi da questo errore di cui sono lieto; se poi da morto, come alcuni pseudofilosofi

ritengono [si riferisce agli Epicurei], non sentirò nulla, non temo che dei filosofi morti possano deridere questo mio errore.

Se invece non siamo destinati ad essere immortali, tuttavia è desiderabile per l’uomo spegnersi al tempo giusto: infatti la

natura, come per tutte le altre cose, così anche per il vivere ha una misura; la vecchiaia, poi, è per la vita come l’atto

finale di un dramma, e di essa dobbiamo evitare la stanchezza, specie una volta raggiunta la sazietà.
Questo avevo da dire

sulla vecchiaia. Voglia il cielo che ad essa giungiate, in modo da poter provare con la vostra esperienza le cose che avete

udito da me!