Da più parti si è parlato di Portugal, il graphic novel più elaborato di Cyril Pedrosa, come di un capolavoro del fumetto tout court. Vincitore del premio FNAC 2012 al festival di Angoulême, il libro viene ora proposto da Bao Publishing, rispettando in pieno l’edizione originale: 264 pagine a colori in grande formato (24 x 32). Anche solo sfogliandolo rivela le sue qualità, e leggendolo non si può che condividere l’entusiasmo dei commentatori. Portugal è davvero un’opera importante, che si impone per varietà di stili, potenza espressiva e un disegno unico. Bisogna però disattendere subito qualsiasi sospetto di ambizione: la grandezza di Portugal sta proprio nella capacità dell’autore di celare abilmente la sua voce, evitando di puntare in alto e ponendosi totalmente al servizio della storia, nonostante il coinvolgimento che implica un’opera per molti versi autobiografica. Pedrosa penetra tra le pieghe una vita familiare e affettiva che ha lasciato molte cose in sospeso. Si cala nel quotidiano, con uno sguardo quasi sommesso, che a tratti esplode in improvvise crisi o epifanie, per poi tornare a seguire il ritmo di giorni e situazioni all’apparenza privi di azione, che accumulandosi generano senso e reazioni emotive.

Simon è un disegnatore in piena crisi creativa e sempre più a disagio con la sua compagna. Durante un viaggio in Portogallo, ospite di un piccolo festival del fumetto, vive sensazioni nuove. I luoghi visitati e le persone conosciute lo riportano indietro nel tempo e risvegliano in lui emozioni sopite. Proprio da qui partì suo nonno, emigrante in Francia, e qui ci sono le sue radici. Ma sono come recise. Del paese Simon non conosce neppure la lingua, i suoi ricordi sono vaghi e molte le lacune sulla piccola odissea della sua famiglia. Tuttavia qui ritrova qualcosa, si sente felice, e sente che è giunto il momento di fare i conti con questa realtà, di ricostruire tutto il senso della propria appartenenza e di conseguenza del proprio presente: colmare una distanza e un vuoto. Dopo la rottura con la sua compagna decide di partire in compagnia del padre, l’occasione è il matrimonio di una cugina. Il nucleo familiare si ricompone: emergono rapporti difficili, episodi rimossi, affetti sotto scacco e la vecchiaia che avanza. Infine Simon torna in Portogallo, ospite di un cugino, e si reca finalmente nel paese in cui vissero suo nonno e il fratello prima di partire per la Francia. E’ l’ultimo tassello della ricerca, il quadro si completa lentamente lasciando al lettore persino il tempo – e senza che vi sia neppure l’ombra di una caduta retorica – di commuoversi.

Pedrosa viene dal cinema d’animazione e si vede. E’ riuscito a infondere nell’opera tutta l’efficacia del linguaggio cinematografico e non necessariamente di quello animato: tutta la seconda parte, che ruota intorno al matrimonio, sembra uscire direttamente da un film di Bertrand Tavernier o di Mike Leigh. C’è un’acutezza di sguardo sulla famiglia, un’intensità che si esprime attraverso i punti di vista, le inquadrature, la luce e i colori. E sul versante narrativo, mentre sembra davvero che non accada nulla o quasi, le personalità e i rapporti si delineano lentamente con straordinaria efficacia, in una dimensione appunto tipica del cinema e molto rara nel fumetto, che solitamente tende alla sintesi e all’elisione temporale. Attraverso i tic, i gesti, i silenzi di quasi ordinarie dinamiche familiari, si accede a un insieme che si compone via via da sé, per chiudersi nel climax così bello, realistico, amaro, dell’improvvisato picnic con il padre e gli zii, escursione che termina nello spazio condensato di un’autovettura rotta, in aperta campagna e sotto un violento acquazzone. Questa dunque mi sembra la parte più interessante del graphic novel, dove altri vi hanno visto all’opposto un calo di tensione nella storia.

Mentre nella prima parte, certamente più coinvolgente, Pedrosa si affida più alle funzioni espressive del segno grafico – vedi la trasparenza delle figure umane che si intersecano con il paesaggio, quasi a riflettere lo stato d’animo del protagonista, finalmente spensierato -, nella seconda tende all’impasto del colore e a una continuità visiva, quasi monotona, nel chiuso di un ritratto di famiglia, che però procede sorprendentemente verso quella che Deleuze definiva, in riferimento al cinema, “immagine-tempo”. Pedrosa padroneggia un ampio registro ritmico e trimbrico e compone una sinfonia visiva divisa in tre parti secondo una struttura simmetrica – si parte per il Portogallo e si ritorna in Portogallo – che ricostruisce la vicenda umana di un uomo alla ricerca delle proprie origini, in maniera al tempo stesso lieve e profonda. Per ora, senza dubbio, il migliore romanzo grafico pubblicato in Italia quest’anno.