Dall’anno scolastico 2026/2027 prende avvio nelle scuole secondarie di primo grado il Latino per l’educazione linguistica (LEL), una disciplina opzionale e curricolare destinata alle classi seconde e terze. La norma, pubblicata in Gazzetta Ufficiale, affida alle singole istituzioni scolastiche la facoltà di attivare l’insegnamento attraverso gli spazi di autonomia e flessibilità previsti dall’ordinamento, in attesa di una futura integrazione nel quadro orario nazionale.
Il LEL non sarà obbligatorio: ogni scuola valuterà se inserirlo nel piano formativo in base alla disponibilità di docenti abilitati e alle proprie scelte didattiche. Questo significa che l’attivazione dipenderà dalle risorse umane e dalle priorità educative di ciascun istituto, rendendo l’offerta del latino variabile sul territorio nazionale e rimessa alle decisioni locali degli organi collegiali.
La gestione oraria e le criticità didattiche
Il documento ministeriale indica una previsione di una o due ore settimanali per il latino, un carico orario che solleva dubbi concreti sulla possibilità di raggiungere obiettivi formativi ambiziosi. Le linee guida prevedono infatti la comprensione di testi storici, giuridici e letterari, traguardi che richiederebbero un tempo di studio ben più consistente per essere conseguiti con solidità.
L’analisi evidenzia il rischio che il tempo ridotto limiti la profondità dell’apprendimento, trasformando lo studio in un’introduzione superficiale priva di ricadute linguistiche significative. Emerge inoltre la preoccupazione che l’inserimento del latino possa sottrarre ore preziose al consolidamento della lingua italiana o allo studio della storia contemporanea, materie fondamentali per lo sviluppo delle competenze di base.
La gestione del tempo scuola rappresenta quindi il principale punto critico dell’innovazione: il contrasto tra obiettivi dichiarati e risorse orarie disponibili pone interrogativi sull’effettiva efficacia didattica della proposta, richiedendo alle scuole valutazioni attente sull’impatto complessivo dell’organizzazione curricolare.
Le competenze attese e i limiti del percorso
Le linee guida ministeriali definiscono obiettivi formativi precisi per il Latino per l’educazione linguistica. Gli studenti dovranno imparare a identificare le forme verbali elementari, limitandosi a indicativo, infinito e imperativo. Sul piano morfologico, l’analisi si concentrerà sulla sintassi della frase semplice e sulle prime due declinazioni, con l’intento di evidenziare analogie strutturali tra latino, italiano e altre lingue straniere studiate.
Tuttavia, questa delimitazione programmatica solleva dubbi concreti. Limitare lo studio alle prime due declinazioni potrebbe non garantire l’accesso a espressioni di uso comune o a testi autentici. Un esempio significativo è l’acronimo SPQR (Senatus PopulusQue Romanus), che contiene la congiunzione -que e riferimenti grammaticali che esulano dal perimetro delle competenze previste.
Anche frasi celebri o iscrizioni monumentali potrebbero risultare difficilmente comprensibili senza elementi morfosintattici più avanzati, riducendo di fatto l’applicabilità pratica delle conoscenze acquisite.
Le prospettive per studenti e scuole
Resta aperto il dibattito sull’utilità del latino per chi non proseguirà negli indirizzi liceali. Un approccio troppo semplificato rischia di offrire ricadute limitate, sottraendo tempo ad altri ambiti formativi come il consolidamento dell’italiano o la storia contemporanea.
La finalità dichiarata è ampliare il bagaglio lessicale e sviluppare il pensiero critico degli studenti, ma il successo dipenderà dalle scelte metodologiche di ciascun istituto e dalla disponibilità di docenti abilitati. Trattandosi di un’opzione curricolare, ogni scuola valuterà autonomamente se attivare il percorso, considerando le proprie risorse e le esigenze del territorio.