La ministra del Turismo Daniela Santanchè ha proposto una revisione del calendario scolastico per destagionalizzare i flussi turistici, avvicinando l’Italia ai modelli europei caratterizzati da pause più brevi e distribuite nell’anno. L’obiettivo dichiarato consiste nel superare la concentrazione estiva che genera sovraffollamento e limita le opportunità di viaggiare in bassa stagione, favorendo la scoperta di un’Italia legata al Made in Italy.
Il percorso ipotizzato prevede un’attuazione graduale, stimata in dieci anni, per armonizzare esigenze educative ed economiche. Tuttavia, il ministro dell’Istruzione Giuseppe Valditara ha frenato l’annuncio, sottolineando di non essere stato preventivamente informato e rimandando ogni decisione a futuri incontri tecnici.
La proposta necessita di un coordinamento istituzionale tra i due dicasteri per definire tempi, modalità e fattibilità operativa del progetto di riforma.
Le reazioni di governo, famiglie e imprese
Il progetto di riforma ha trovato un consenso inatteso nel mondo delle famiglie. La community Mammedimerda ha sostenuto pubblicamente la proposta, sottolineando come la propria raccolta firme — che ha superato le 80mila adesioni — chiedesse da tempo un intervento per ridurre il peso organizzativo dei tre mesi di ferie scolastiche.
Per molti nuclei familiari con genitori lavoratori, gestire un periodo così lungo senza attività didattiche si traduce in costi elevati per centri estivi e babysitter, oltre a complesse riorganizzazioni della vita professionale.
Anche il fronte imprenditoriale ha manifestato interesse. Il presidente di Confindustria Emanuele Orsini e le associazioni degli albergatori vedono nella redistribuzione delle pause un’opportunità per costruire un piano industriale del turismo più maturo, capace di ridistribuire i flussi e valorizzare le destinazioni minori. Questo allineamento tra esigenze familiari e logiche di mercato ha acceso il dibattito pubblico, creando una spinta dal basso che preme sull’agenda politica.
Tuttavia, il Ministero dell’Istruzione mantiene un atteggiamento prudente. Valditara ha ribadito che ogni discussione deve passare attraverso tavoli tecnici di confronto, sottolineando come il consenso sociale non possa tradursi automaticamente in decisione operativa senza valutare tutti gli aspetti didattici, logistici e organizzativi del sistema scolastico nazionale.
Le criticità infrastrutturali e il nodo climatico
L’entusiasmo delle famiglie e degli operatori turistici si scontra con la realtà degli edifici scolastici italiani. Antonello Giannelli, presidente dell’Associazione nazionale dirigenti pubblici, ha sollevato questioni concrete che potrebbero rallentare qualsiasi riforma: la maggior parte delle scuole italiane è priva di impianti di climatizzazione adeguati, rendendo impossibile svolgere lezioni durante le alte temperature di giugno e luglio.
Senza interventi strutturali preventivi, anticipare o prolungare l’attività didattica nei mesi caldi significherebbe esporre studenti e personale a condizioni di lavoro insostenibili.
Oltre al disagio termico, Giannelli richiama l’attenzione su un aspetto sociale spesso trascurato: una pausa estiva troppo lunga penalizza gli studenti provenienti da contesti economici e culturali svantaggiati. Per questi ragazzi, tre mesi senza scuola rappresentano un periodo privo di stimoli educativi alternativi, ampliando il divario di apprendimento rispetto ai coetanei più abbienti, che possono accedere a campi estivi, corsi e viaggi formativi.
La rimodulazione del calendario, dunque, potrebbe ridurre queste disuguaglianze, ma solo a condizione di investimenti massicci sull’edilizia scolastica e sulla dotazione tecnologica degli istituti, prerequisiti indispensabili prima di modificare l’assetto organizzativo dell’anno.
Il confronto europeo secondo Eurydice
Il Rapporto Eurydice fotografa un’Italia anomala nel panorama continentale: con 12-14 settimane di fermo estivo, il nostro sistema scolastico si allineerà a Lettonia, Malta e Grecia, distanziandosi da modelli più equilibrati. In Francia, Germania e Danimarca le pause estive oscillano tra le 6 e le 8 settimane, compensate da stop autunnali e invernali più consistenti che distribuiscono il riposo lungo l’anno.
Questo modello “spezzato” offre vantaggi misurabili: favorisce il turismo interno nelle mezze stagioni, consentendo settimane bianche o viaggi primaverili, e riduce il learning loss estivo che penalizza soprattutto gli studenti più fragili. Tuttavia, importare il sistema europeo in Italia richiede investimenti massicci: le scuole necessitano di impianti di climatizzazione adeguati per garantire didattica efficace anche in giugno e luglio, quando le temperature rendono oggi le aule impraticabili.
Parallelamente serve una rivoluzione culturale che modifichi le abitudini lavorative delle famiglie italiane, abituate a concentrare ferie e spostamenti nei mesi estivi.