Il ministro dell’Istruzione Giuseppe Valditara ha lanciato il suo monito dal Quirinale, in occasione della celebrazione del 27 gennaio: “Vi è un rischio: che il Giorno della Memoria si riduca involontariamente a una ritualità della memoria”.
Per scongiurare questa deriva simbolica, il titolare del dicastero ha posto al centro il tema “La memoria delle fonti e dei documenti tra cultura, storia e vita”, sottolineando che la memoria deve essere “sostanza e immanente concretezza”.
Nel suo intervento, Valditara ha evidenziato il ruolo del racconto come strumento capace di trasformare l’orrore in consapevolezza viva. “Il racconto permette di rendere l’esperienza altrui la tua esperienza presente, reale, innegabile, qui e ora”, ha dichiarato, richiamando l’episodio del generale Dwight Eisenhower a Ohrdruf, sottocampo di Buchenwald.
Eisenhower, varcata la soglia del lager, ordinò la massima documentazione possibile – registrazioni filmate, fotografie, testimonianze – prevedendo che “arriverà un giorno in cui qualcuno si alzerà e dirà che tutto questo non è mai successo”.
La formula “È successo; non deve succedere mai più” scandisce l’asse etico dell’intervento ministeriale, configurando la documentazione come argine permanente contro il negazionismo e la smemoratezza collettiva.
Le implicazioni didattiche: il racconto come esperienza condivisa
Il ministro sottolinea che la memoria deve agire come “guardiana del presente”, richiamando l’attenzione sull’antisemitismo crescente nel continente europeo. Valditara identifica tre criteri per riconoscere questi fenomeni: la confusione tra le azioni di un governo e le responsabilità di un intero popolo, l’attribuzione al popolo ebraico di stereotipi che riecheggiano la propaganda nazista, e gli inviti all’espulsione della comunità ebraica dalla terra di Israele.
Tra le pratiche concrete, il ministero promuove visite didattiche ad Auschwitz con gruppi di studenti e ha installato presso la sede ministeriale una targa commemorativa degli studenti ebrei espulsi dalla scuola italiana. Questi interventi trasformano la memoria da contenuto teorico a esperienza formativa diretta.
Secondo Valditara, i ragazzi rappresentano gli interpreti migliori per rinnovare una memoria esperienziale e condivisa, capaci di trasformare la documentazione storica in consapevolezza vissuta quotidianamente nelle comunità scolastiche.
Le scuole e il dibattito dopo Gaza: l’avvertimento di Valditara
Interpellato su una possibile diminuzione dell’attenzione scolastica verso la Shoah dopo l’inizio del conflitto a Gaza – dato riportato da La Stampa – il ministro ha risposto con nettezza: “Se fosse vero sarebbe un errore, perché parlare della Shoah, ricordare quello che è successo 81 anni fa, è fondamentale per la nostra democrazia”.
Valditara ha sottolineato che la democrazia non si basa su religione o colore della pelle, ma presuppone “il rispetto verso chiunque, verso qualsiasi popolo, verso qualsiasi religione” e soprattutto la memoria dello sterminio di milioni di innocenti.
A margine di una visita a una scuola di Corvetto, ha richiamato l’incontro avuto con studenti reduci dalla visita ad Auschwitz, evocando le “parole simbolo” e i “suoni” dei deportati: il rumore nei carri bestiame, le voci delle madri preoccupate per i bambini, lo scricchiolio della paglia nel tentativo di dormire meglio, il silenzio agghiacciante verso le camere a gas.
“Tutto questo deve ancora rimbombarci nella mente proprio per far sì che nulla di tutto questo possa mai più tornare”, ha concluso.
Le cornici interpretative: verso un “giorno delle memorie”?
L’intellettuale Moni Ovadia ha proposto di trasformare il 27 gennaio in un plurale “Giorno delle Memorie”, includendo tutte le vittime del nazi-fascismo: Rom, Sinti, omosessuali e oppositori politici. Secondo l’autore, la memoria costituisce il fondamento dell’identità collettiva e individuale.
La riflessione non si limita al passato. Ovadia estende lo sguardo ai genocidi successivi al 1945, citando Cambogia, Ruanda ed ex Jugoslavia, oltre alle sofferenze dei popoli palestinese, birmano e tibetano. La “mala pianta” dell’intolleranza ha continuato a produrre frutti tossici.
La Shoah deve fungere da paradigma universale contro ogni forma di oppressione e segregazione. La memoria non è uno stereotipo statico ma un progetto di vita quotidiano, volto a costruire un’umanità fondata su pace, giustizia sociale e uguaglianza.