Il 14 gennaio 2026, in Piazza Stesicoro a Catania, un quattordicenne è stato aggredito da un gruppo di coetanei. L’episodio ha riacceso l’attenzione su un fenomeno che travalica i confini della cronaca locale: le cosiddette baby gang rappresentano il sintomo di una frattura profonda nel tessuto educativo e sociale della comunità.
Andrea Perla, rappresentante di istituto e Presidente della Commissione Legalità della Consulta Provinciale Studentesca, ha espresso una condanna netta dell’accaduto e solidarietà autentica verso la vittima, con cui condivide lo stesso contesto scolastico. La sua testimonianza dimostra come il protagonismo studentesco possa rappresentare una risorsa fondamentale nella promozione della legalità democratica e del rispetto dei diritti umani.
Le piazze e i luoghi frequentati dai giovani sono, a tutti gli effetti, spazi educativi. Quando questi diventano teatro di violenza, significa che la funzione educativa della comunità si è indebolita.
La posizione del CNDDU: sicurezza come diritto e dovere educativo
Il Coordinamento Nazionale Docenti della disciplina dei Diritti Umani ha espresso ferma condanna per quanto accaduto, richiamando un principio fondamentale: la sicurezza non può essere ridotta a questione di ordine pubblico, ma rappresenta un diritto umano essenziale. Questa prospettiva lega inscindibilmente sicurezza, dignità della persona, libertà di movimento e diritto dei minori a vivere e attraversare la città senza timore.
L’organismo sottolinea come ogni spazio urbano frequentato dai giovani costituisca, a tutti gli effetti, uno spazio educativo. Quando piazze, strade e luoghi di aggregazione diventano teatro di violenza, significa che la funzione educativa della comunità si è indebolita o è venuta meno. Si tratta di una responsabilità collettiva che coinvolge adulti, istituzioni e tutti i luoghi della formazione.
Il presidente del CNDDU, prof. Romano Pesavento, ha ribadito l’impegno dell’organismo a promuovere una cultura della legalità sostanziale, della non violenza e del rispetto della persona. La risposta richiesta non può limitarsi a interventi emergenziali o esclusivamente repressivi, ma deve fondarsi su un approccio sistemico che metta al centro l’educazione ai diritti umani e la responsabilità condivisa.
Le leve di prevenzione: scuola e rete territoriale
Il contrasto alla violenza giovanile richiede una strategia sistemica e lungimirante, fondata su pilastri educativi ben definiti: educazione ai diritti umani, cittadinanza attiva, gestione non violenta dei conflitti e responsabilità individuale e collettiva. La scuola rappresenta il fulcro di questo impianto, ma non può operare in isolamento.
L’efficacia della prevenzione dipende dalla costruzione di una rete territoriale solida e coordinata, che coinvolga enti locali, servizi sociali, famiglie, associazioni culturali e sportive, forze dell’ordine e realtà del terzo settore. Questa sinergia permette di rafforzare i presìdi educativi nei contesti più esposti e di offrire risposte integrate al disagio giovanile.
L’obiettivo è sottrarre terreno alle dinamiche di emulazione e sopraffazione che alimentano i fenomeni di baby gang, restituendo ai ragazzi occasioni di riconoscimento positivo e protagonismo responsabile. Solo attraverso interventi coordinati e continuativi sarà possibile trasformare gli spazi urbani in luoghi di crescita autentica, dove i giovani trovino una comunità che accompagna anziché escludere.
Le azioni prioritarie per i territori più esposti
Il CNDDU indica come priorità l’istituzione di presìdi educativi permanenti nei contesti urbani caratterizzati da maggiore fragilità sociale. Questi spazi stabili devono garantire presenza quotidiana e continuità relazionale, offrendo ai ragazzi alternative concrete alla logica della violenza.
Parallelo al rafforzamento territoriale è il potenziamento dei servizi di ascolto e supporto psicopedagogico dedicati agli adolescenti in difficoltà. Intercettare precocemente i segnali di disagio consente interventi mirati prima che si consolidino dinamiche di sopraffazione.
Fondamentali sono anche i percorsi di partecipazione giovanile continuativa, capaci di restituire riconoscimento positivo e appartenenza autentica, sottraendo terreno all’emulazione violenta e promuovendo protagonismo responsabile nella comunità.