O Tite, si quid ego adiuero curamve levasso, quae nunc te coquit et versat in pectore fixa, ecquid erit

praemi?”. Licet enim mihi versibus eisdem adfari te, Attice, quibus adfatur Flamininum “Ille vir haud magna cum re, sed plenus

fidei;” quamquam certo scio non, ut Flamininum, “Sollicitari te, Tite, sic noctesque diesque.” Novi enim moderationem animi tui

et aequitatem, teque non cognomen solum Athenis deportasse, sed humanitatem et prudentiam intellego. Et tamen te suspicor

eisdem rebus quibus me ipsum interdum gravius commoveri, quarum consolatio et maior est et in aliud tempus differenda. Nunc

autem visum est mihi de senectute aliquid ad te conscribere.

Traduzione

“O Tito, se ti

aiuterò ed allevierò l’angoscia, che ora ti brucia e ti tormenta confitta nel petto, quale premio avrò?” Posso infatti

rivolgermi a te, o Attico [Tito Pomponio Attico (109-32 a.C.), il migliore amico di Cicerone, dai tempi della gioventù fino

alla morte di questi], con gli stessi versi con cui si rivolge a Flaminino “quell’uomo, non di grandi ricchezze, ma pieno di

lealtà.” Benché io sappia per certo che tu non, come Flaminino, “sei angustiato così, o Tito, giorno e notte.” [I versi citati

sono tratti dagli Annales di Nevio e sono le parole con le quali un pastore si rivolge al console Tito Quinzio Flaminino,

durante la guerra contro Filippo V di Macedonia, per consigliarlo sulla tattica da adottare per aggirare la postazione nemica].

Conosco infatti la misura e l’equilibrio del tuo animo, e mi rendo conto che da Atene non solo hai riportato il soprannome

[Attico fu così chiamato perché soggiornò ad Atene per oltre venti anni], ma anche cultura e saggezza. E tuttavia ho il

sospetto che tu sia preoccupato per le stesse cose per le quali (lo sono) abbastanza seriamente io stesso; il consolarsi da

esse è (impresa) assai ardua e da rimandare in altro momento. Ora invece mi è parso opportuno comporre per te qualcosa sulla

vecchiaia.