Docenti e Ata, stipendi tra i più bassi d'Europa: il 6% di Landini non copre l'inflazione

Docenti e Ata: in Italia stipendi tra i più bassi d'Europa

Il segretario della Cgil Maurizio Landini spiega il rifiuto di firmare i contratti pubblici: gli aumenti del 6% non coprono l'inflazione del 18% nel triennio.
Docenti e Ata: in Italia stipendi tra i più bassi d'Europa

Il 22 gennaio, ospite di Piazzapulita su La7, il segretario generale della Cgil Maurizio Landini ha chiarito le ragioni della mancata firma ai contratti pubblici rinnovati dal governo. “Per aumentare i salari bisogna che gli aumenti vadano oltre l’inflazione”, ha dichiarato, sottolineando che gli incrementi previsti si fermano al 6% contro un’inflazione del 18% nel triennio.

“La presidente del Consiglio, come datore di lavoro, ha rinnovato i contratti pubblici, dalla sanità alla scuola, con aumenti del 6%: ha programmato in realtà la riduzione del potere d’acquisto di quei salari e noi come Cgil non potevamo firmare”, ha aggiunto Landini. La decisione riguarda tutti i comparti della pubblica amministrazione, ma l’impatto è particolarmente rilevante per docenti e personale Ata, già ai livelli retributivi più bassi d’Europa.

Il quadro retributivo di docenti e Ata nel confronto europeo

Secondo il Rapporto Eurydice Teacher and School Head Salaries 2022-2023, che valuta i salari lordi annui in Parità di Potere d’Acquisto, i docenti italiani percepiscono in media 32.306 euro lordi all’anno, una delle retribuzioni più basse nel confronto continentale. Il divario rispetto alla media dell’Unione europea si attesta intorno al 30%, con differenze significative rispetto ai colleghi di altri Paesi membri.

A parità di anzianità di servizio, un docente austriaco guadagna oltre 20mila euro annui in più rispetto a un insegnante italiano, mentre un docente olandese arriva a percepire quasi 30mila euro in più. Questi dati collocano l’Italia in una posizione di forte svantaggio competitivo nel panorama europeo dell’istruzione.

All’interno del pubblico impiego italiano, il personale della scuola registra un gap di almeno 4mila euro l’anno rispetto alla media dei dipendenti pubblici. Il confronto con altre categorie evidenzia disparità ancora più marcate: rispetto ai militari, docenti e Ata guadagnano mediamente oltre 10mila euro in meno all’anno.

Anche nell’area Ocse la situazione non migliora: il personale scolastico italiano si colloca agli ultimi posti sia per la retribuzione mensile a inizio carriera sia per la progressione economica, quest’ultima legata sostanzialmente agli scatti automatici uguali per tutti, senza meccanismi di valorizzazione differenziata.

Le ricadute su attrattività e scelte dei giovani

Secondo Landini, i giovani lasciano l’Italia perché all’estero sono pagati di più e non subiscono sfruttamento. L’impiego nella scuola risulta sempre meno attrattivo a causa delle retribuzioni inadeguate. Il leader della Cgil sottolinea inoltre che salari bassi indeboliscono l’intero Paese, mentre aumenti salariali stimolerebbero i consumi e la domanda interna.

I dati Inps confermano un quadro preoccupante: pur crescendo l’occupazione, i contratti precari e a termine sono passati da 3 milioni a 4,7 milioni. La crescita si è concentrata nei servizi e nel commercio, settori caratterizzati da contratti pirata e condizioni di lavoro peggiori. Per Landini, in Italia si è poveri lavorando e la precarietà è aumentata drasticamente, rendendo il mercato del lavoro meno sicuro e attraente per le nuove generazioni.

Le reazioni del comparto scuola: la linea Flc-Cgil

La Flc-Cgil, guidata da Gianna Fracassi, ha espresso una critica netta agli aumenti contenuti nel CCNL 2022-24. Secondo il sindacato, per comprendere l’entità del danno economico subito dai lavoratori della scuola, ogni dipendente dovrebbe moltiplicare per tre l’importo ricevuto nelle buste paga di gennaio: solo così si otterrebbe la cifra che avrebbe dovuto essere erogata se gli incrementi avessero coperto interamente l’inflazione del triennio di riferimento.

La Flc-Cgil sottolinea come per la prima volta nella storia della contrattualistica pubblica il rinnovo non solo non copra l’inflazione certificata, ma operi un taglio di due terzi sul potere d’acquisto. Gli arretrati, pur dovuti, sono stati ridimensionati dal 17% al 6%, un passaggio che il sindacato considera inaccettabile e che ha motivato la mancata firma del contratto.

Il prossimo contratto 2025-27 e i margini di trattativa

Nelle prossime settimane prenderà avvio la trattativa per il contratto Istruzione, Università e Ricerca 2025/27. Il governo ha già stanziato, attraverso la penultima legge di Bilancio, risorse che prevedono aumenti salariali intorno al 6%, una percentuale in linea con quella contestata dalla Cgil per il triennio precedente.

Il percorso negoziale, secondo gli accordi con l’Aran, dovrebbe seguire una tempistica accelerata, con l’obiettivo di concludere il rinnovo entro il 2026. La definizione “super-veloce” riflette la volontà di ridurre i tempi tecnici e garantire certezze economiche al personale scolastico in tempi più rapidi rispetto al passato.

Resta aperto l’interrogativo sulla posizione che la Cgil assumerà nel corso delle trattative, alla luce della mancata firma del precedente contratto e delle critiche espresse da Landini sul divario tra aumenti e inflazione.

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